Al bel Paese delle Grazie e Amore
Risorto ormai, sì impreco in questo giorno:
L’ira d’Iddio lo distrugga intero
Se de’ suoi figli il senno ed il valore
Nol serberà di libertade adorno,
Uno e temuto in faccia allo straniero.
Tombola! Un curato che parodia i versi di Garibaldi: «Vorrei veder la trepida—Sotto il baston del Vandalo» ecc.; un curato che canta l’Italia libera ed una proprio il 20 settembre, l’anniversario della breccia!...
Questa non me l’aspettavo! Guardai in faccia il mio reverendo interlocutore che tacque un momento e lo interrogai. Caddi di sorpresa in sorpresa! Anche questo curato era liberale, unitario ed ammiratore della breccia! Vi parrà impossibile, ma fu vero pur troppo per me, che dovetti sorbirmi una nuova esposizione di principî. Ne disse di quelle che, se la Curia lo avesse sentito, lo avrebbe sconsacrato lì, proprio nella sala della locanda.
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Ma più di tutto era furibondo contro ai seminari.—Ci prendono bimbi, c’imbottiscono di sciocchezze—(e additava le bozze del suo amico),—ci tengono chiusi come frati in una atmosfera artificiale come i poponi nelle stufe, ed un bel mattino ci ungono come stivali di vacchetta e ci mandano per bosco e per riviera. Arriviamo nel mondo colle nostre idee del seminario e troviamo che non sono altre che buffe. Tentiamo di cambiarle, di studiare, di capire il mondo in cui dobbiamo vivere, ma abbiamo sempre un filo legato al piede, siamo sempre tenuti d’occhio come gli ammoniti. Lo stigma del seminario non si cancella più dalla nostra fronte, ed è vero il detto: Semel abbas semper abbas. Quando la chiesa ha afferrato una volta la sua preda, non la lascia più. Ci destiamo un bel mattino al bivio o di apostatare per essere odiosi a tutti, o di essere ipocriti per essere accetti da tutti. È troppo naturale che la umana debolezza scelga quest’ultima strada, ma perdio—(disse proprio perdio chiaro e tondo)—ci pesa il batterla e la colpa è tutta di quelli là.
Qui il curato tese il dito in direzione nord-ovest, dove suppongo che si trovasse il seminario dell’anima sua ed abbandonò le sereni leggi del linguaggio parlamentare.
Doveva toccare a me anche questa! Il mio curato aveva spiegato le vele a tutti i venti, e bestemmiava le cose più sacre della religione cattolica, come il poter temporale, la prigionia del papa e simili quando io che non ne poteva più gli troncai a mezzo il discorso coll’apostrofe del Carducci:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!
e gli tesi il bicchiere colmo. Rimase col discorso a mezzo, esitò, poi scosse la testa come per dire mi decido! ed afferrò il bicchiere colla sinistra. Intanto alzò il pugno destro in aria, colla fronte corrugata e i denti stretti, brontolando:—Ah! Mastai! Mastai!