Io che cerco ed amo la montagna, mi sono trovato parecchie volte a questa festa degli occhi e dell’intelletto, e tutte le volte m’è venuta in testa una matta idea. Anche stamane ho goduto lo spettacolo della nebbia che si leva rapidamente e scopre la pianura illuminata dal sole, ed anche stamane l’idea matta m’è ritornata in capo e c’è rimasta con tanta ostinazione che mi tocca dirvela.
Tutte le volte, dunque, per chi sa quale strana associazione di idee, penso alle sensazioni ed alle impressioni che proverebbe Marco Tullio Cicerone se agli occhi suoi si scoprisse improvvisamente il nostro mondo, se insomma ritornasse a vivere ad un tratto. È una idea stravagante, ma è così.
Ve lo immaginate voi? Capisco che la sorpresa sarebbe tanto grande da far morire di nuovo il povero oratore per una apoplessia fulminante. Ma poichè siamo sull’immaginare, facciamo conto che viva e cercate di mettere insieme colla fantasia tutta la infinità delle sue sorprese. Aveva lasciato il mondo colla toga e lo ritrova bracato come i galli dei tempi suoi. A che servono i cappelli a tuba? E che scopo può avere il colletto inamidato che sega le orecchie? E gli orologi da tasca? E i portafogli pieni di cartaccia unta? E le botti? E i tramways? E i liquoristi? E i frati ecc.
Un oratore che ebbe tanta parte nelle vicende del suo tempo cercherebbe subito il Foro, e ci troverebbe gli scavatori. Se qualche professore di Università arrivasse a capire il latino del povero resuscitato, lo manderebbe a Montecitorio e il presidente Farini lo farebbe assistere alla tornata dalla tribuna dei senatori. Immaginatevi pure l’arpinate che assiste alla discussione, mettiamo di un bilancio, e ascolti attentamente un’orazione dell’onorevole Luporini. Scapperebbe immediatamente dopo le prime frasi, perché... come ho detto, non intenderebbe l’italiano.
E non intenderebbe il telegrafo: la locomotiva lo spaventerebbe, e ad ogni passo proverebbe una sorpresa nuova e stravagante. Come deve rimanere un romano dell’epoca di Cesare vedendo un romano dell’epoca di Umberto accender la pipa con un fiammifero! E come rimarrebbe chi scrisse della natura degli Dei, dando una occhiata alla nostra santa religione?
Che cosa sono, che cosa fanno tutti quei fratacci di mille colori ma tutti lerci ad un modo? E nelle chiese che cosa significano quelle mascherate buffe, che cosa vogliono dire le riverenze, le smorfie, i segni cabalistici di tutti quei preti coperti da pianete, da stole, da mitre asiatiche, da stoffe d’oro? Gli incensi che fumano, gli inni ragliati, i salmi miagolati sorprenderebbero il buon arpinate, che cercherebbe senza dubbio di metter la testa tra le imposte della sagrestia per vedere se gli auguri ridono tra di loro come ai suoi tempi.
E i cannoni? E i fucili? Non è facile capire quel che potrebbe passare pel capo a un legionario di Farsalia che si trovasse alle grandi manovre, o a un capitano di una trireme d’Azio che assistesse agli esercizi del Duilio ed ai tiri del cannone da cento tonnellate.
Il giuoco del lotto colpirebbe la fantasia del resuscitato quasi quanto i palloni aerostatici, per poco che ne intendesse il meccanismo. E se arrivasse a capire le teorie umanitarie che i governanti sviluppano nei discorsi della Corona e nei discorsi dei ministri, non potrebbe mettere insieme la contraddizione patente e volgare tra le parole e i fatti, non potrebbe capire che si parli come Catone e si agisca come Verre.
I telai, la macchina da cucire, la macchinetta da caffè, il cavaturaccioli lo empirebbero di meraviglia. Ma più si meraviglierebbe se potesse entrare in un ministero, e vedesse che per ordinare il restauro di un muro in un edificio del governo, ci vuole un macchinismo più complicato che non ci voglia a fabbricare un orologio di precisione tanta è la moltitudine dei controlli, dei capi divisione, dei capi sezione, protocollisti, ragionieri e copisti che occorrono per ordinare la spesa di cinque lire.
E per finirla con tutte queste sorprese di Marco Tullio Cicerone, che potete moltiplicare a piacere, dategli a leggere lo Statuto del regno d’Italia in un vagone della ferrovia funicolare del Vesuvio; dategli insomma due diverse meraviglie sott’occhio.