Chiedetelo a questi boschi, che ve lo diranno. La legge vecchia fu legge d’odio: la nuova sarà di amore.


IN LAPPONIA


Il Lèouzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci culla con la sua armonia, c’inebria co’ suoi profumi, il nord invece non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.

Ed è vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il mondo, chiama spaventosa la Norvegia ed orribile la Finlandia. I lapponi che ci descrive il Mantegazza[1] ci fanno proprio paura.

Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che Noè «bevve del vino e s’inebriò e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo» il curioso Cam fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de’ suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione dell’enologo patriarca, perchè i cananei sono più fortunati di molti semiti. L’Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di scoperta ci appare più ricca ed invidiabile, mentre la terra della desolazione e dello spavento è toccata in retaggio ai poveri semiti che avevano bene meritato della decenza. Così va il mondo.

Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel paese «dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano le arance d’oro, dove un’aura leggera scende dall’azzurro cielo e il mirto cresce modesto e superbo l’alloro,» noi pensiamo con terrore alle lande desolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiamò «gli ultimi vegetali che coprono l’ultima terra». Quasi tutto l’anno la neve copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta gradi sotto lo zero. Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull’orizzonte, snervando gli uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi per giorni lunghi, eterni, pareva aver già spento la vita ingrata, vive un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano qualche volta tronchi d’alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi, esauriti i pascoli per le renne, è d’uopo ritornare al triste luogo di partenza. Il Mantegazza dà la traduzione di alcuni canti lapponi: eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano: