Io, povero lappone vagabondo
Io qua giù debbo faticando errar.
Debbo peregrinar per tutto il mondo,
Tutta la vita mia così passar.
Non è bello; si sa, è poesia lappone: ma è ben triste questa sintesi della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre a noi, come all’Ermengarda del Manzoni,
...ogni aurora
Cresce la gioia del destarsi!....
Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi d’ogni conforto, d’ogni comodo, d’ogni speranza di meglio. Il Rèclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato all’estremità, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle. Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi l’intera famiglia dell’unico mezzo di sussistenza. Di rado sanno leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare le superstizioni dell’antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza, ingegno, sicurezza, coltura, reliquie, tutto. Eppure... eppure queste creature disgraziate, queste caricature d’uomo, amano e soffrono come noi, cantano l’amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:
Avanti me ne vo peregrinando,
Ma si volgono addietro i miei pensieri:
Dov’è, dov’è la sposa mia? domando...
Ahimè, segue il mio cuore altri sentieri!
Tornati nelle terre più centrali, non cercano per loro le privazioni e gli stenti. Il loro vitto è orribile. Poco latte di renna cagliato e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caffè misto di sangue e di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per metà ci fa compassione e per metà schifo, l’amore rimane in tutte le sue migliori forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell’abbandono, come presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:
Andai su gli alti monti
De ’l rangifero a caccia.
Uno ne cadde sotto al ferreo strale
E penetrò la punta
Tutta ne ’l caldo cor de ’l animale.
Cadde il renne ad un tratto e su la neve
Immobile si giacque.
Su le spalle lo presi
E a ’l villaggio natìo così discesi,
Gli recisi le zampe e le scagliai
E disdegnoso le gettai ne ’l lago,
Gli recisile zampe e le scagliai
Ne l’onda, e presi il corpo e lo portai
A’ genitori miei ne la capanna.
A lor la carne diedi,
Ed a la donna mia, tutto festante,
Il coricin donai caldo e fumante.