Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poichè nei bimbi, nei fanciulli e nei giovani è più fresco, più vivo questo istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa peggio colle dita, non gli spieghiamo già il perchè e il per come non stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio adopera il fazzoletto. Così l’educazione si fonda in gran parte sull’esempio, e l’istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi esemplari di calligrafia ai più alti precetti di rettorica. Cominciamo dal ricopiare i bastoni, e le aste ed i rampini del maestro, per riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l’Italia mia di messer Francesco. La facoltà dell’invenzione, la tendenza al raziocinio sono pur troppo meno coltivate dell’imitazione. La pedagogia va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell’Aporti. I giardini d’infanzia sono novità tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori di qui sono vecchi stravecchi.

Non già che l’imitazione sia da scomunicare; tutt’altro. Ne’ primi stadi dell’insegnamento è necessario servirsi dell’istinto per giungere poi a sviluppare le altre facoltà più nobili. Ma se ne abusò e se ne abusa, specialmente negli stadi più alti, là dove è inutile servirsi dell’istinto perchè le altre facoltà possono essere più utilmente usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d’invenzione, come se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano, come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni. Così accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel calamaio e rimane sospeso pensando non già a quello che vuol dire, ma se imiterà lo stile di Caio o di Tizio, se sarà verista o idealista, se scriverà in lingua classica o in lingua parlata. Così di mille volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero la maledizione d’esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come lui, anche quando sformavano la fisonomia. Ci sono poi certi critici stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: bel bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente sbagliate, poichè equivalgono a dire che l’autore contraffece perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di piombo ne fanno centomila compagni.

E’ vero, però, che in fatto di originalità qualche cosa si è guadagnato; almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua del nuovo, che molti a torto biasimano, non è che una domanda di originalità, alla quale l’offerta degli autori risponde poco per ora, ma risponderà in seguito. E se si ricerca la smania di travestirsi che infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si è guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che forse l’imitazione una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell’errore pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: Appressamento della morte. Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d’esser veduto ed inferiore troppo all’aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.

Dire che una cosa di Leopardi, anche di Leopardi bambino, sia brutta, non si può senza spiegarsi chiaro e profondo e dell’ammirazione grandissima che si porta all’infelice poeta. Prima di alzare il martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza de’ fedeli che non è il santo che si vuoi mettere in pezzi, ma la sua immagine contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi è così grande nella storia letteraria e nella coscienza di tutti, è così in alto nella giusta venerazione degli italiani e dei forestieri, che prima di chiamar brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese fu così meravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com’egli stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criterii applicabili ai giovanetti che tentano i primi canti, o giudicarlo come opera di un grande ingegno maturato già dal lungo studio: dalla sventura e dalla solitudine. Quest’ultimo giudizio però riuscirebbe così giustamente severo che per quanto contrario alla precocità ammessa e provata dell’infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere che il Leopardi quasi ventenne fosse su per giù quel che sono gli altri giovani di quella età e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocità provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore alla sua età; il che non fa torto a nessuno.

Il pretonzolo al quale fu affidata l’istruzione dei giovani conti Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessità dell’imitare i classici, poichè vediamo l’allievo imitar tanto che qualche colta copia addirittura. La lingua, che non si può inventare, tradisce tuttavia uno studio di arcaicità che nocerebbe senza dubbio alla spontaneità del poema, quando spontaneità ci fosse. La lingua sul finire del Settecento e durante il dominio francese s’era impinzata di tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri in nome dell’aureo Trecento. Si tornò all’antico, accettando ad occhi chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di formazione, e chi seppe cavare dai Fatti di Enea e dai Fioretti di San Francesco i termini più eterocliti ed antiquati, colui scrisse meglio. Reazione che ebbe la sua utilità, come quella che pulì un poco la lingua e mantenne un certo spirito di italianità nelle lettere, appunto quando ogni speranza di italianità pareva perduta; ma reazione sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo dei Leopardi senza dubbio insegnò questo scrupoloso purismo ai suoi allievi, propose i modelli di moda all’imitazione sconsigliata, e la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l’italiano come nessuno seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi umoristiche. Per chi vorrà gettare gli occhi sulla cantica non c’è bisogno di esempi: ogni pagina, presa a caso, dice più che qui non si possa dire. Nella stessa ortografia c’è un’affettazione di arcaismo che non si trova più nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.

E il poema che cosa è in fondo? Una imitazione fredda e servile un po’ del Poema divino, un po’ dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a trovarci nella solita landa, come Dante si trovò nella selva selvaggia. Il poeta sovrano ci dice:

Io non so ben ridir come v’entrai,
tant’era pien di sonno in su quel punto.

e il povero imitatore:

I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi,
Tant’era pien di lutta e di terrore.