Vien la solita tempesta, la solita lusnada del Porta ed appare un angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l’appressamento della morte. Tuttavia, perchè il poeta non si dolga troppo di abbandonare il mondo in così giovane età, l’angelo mette mano alla solita lanterna magica che dopo la Basvilliana dovrebbe essere lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell’amore, dell’avarizia, dell’errore, della guerra, della tirannia, tale quale nei Trionfi del Petrarca. L’anima di Ugo da Este a modo di episodio, un po’ Ugolino, narra la nota tragedia e come dopo il colpo paterno, svolazzò lo spirto sospirando. Si maledice l’eresia anglicana e si sente un po’ d’influsso alfierano nella declamazione contro la tirannia; e insomma imitando un po’ a destra ed un po’ a mancina, finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, ’a Madonna, i santi e tutto l’empireo cattolico. Dante, il Petrarca e il Tasso sono del beato coro. Chi sa perchè ne è escluso l’Ariosto?
Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando Dio e la Vergine perchè l’assistano nell’ultimo passo. A questo punto ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assalì sino dalle prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma è proprio roba del Leopardi?
Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e d’altri, che parlano della cantica: la calligrafia sembra del Leopardi, il quale ordinò per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare sulle terzine stampate; ma la persona che ritrovò e diede alle stampe la cantica è incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi: ma di un Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di lingua, senza lume di poesia. Bisogna rassegnarsi a credere che questo imparaticcio scolastico sia stato messo assieme un anno dopo al Saggio sugli errori popolari degli antichi nell’anno stesso dell’Inno a Nettuno e delle Iscrizioni triopee, un anno o due prima delle più celebri, delle più gloriose poesie della letteratura moderna. È dura, ma è così.
Questa pubblicazione avrà questo almeno di utile, che farà veder chiaro come gli ingegni più forti e più grandi non si riconoscano più quando cadono nel peccato d’imitazione. Certo si dànno delle mostruosità in natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perchè sono fuori della legge comune. Perchè c’è stato un Mozart non tutti i piccoli pianisti arriveranno a scrivere il Don Giovanni, il caso del Leopardi, dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.
Si potrebbe domandare che necessità c’era di mostrare il povero Leopardi, già abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie scolastiche, nell’atto di fare tome papà; ma a questa domanda si oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni è necessario conoscer tutto, anche la balla. Amen. Studiamo dunque le balie dei grandi uomini, che buon pro ci faccia.