Se il Leopardi riaprisse gli occhi!

Già, prima di tutto, se riaprisse gli occhi, quella adorazione meritata che nessuno gli contende nel tempio dell’arte, scemerebbe ingiustamente della metà, poichè egli stesso ha detto Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta; verità sacrosanta. E poi se aprisse gli occhi così all’impensata, e se cogli occhi potesse muovere la mano, ne scriverebbe delle belle intorno a noi, al nostro tempo, alla nostra curiosità e forse anche intorno a quel progresso che gli suggerì la epistola al Pepoli. E davvero il povero poeta, disgraziato in vita, fu disgraziatsisimo dopo morto e gliene hanno fatte di quelle col pelo.

Lamentai già il lungo silenzio serbato da Antonio Ranieri; silenzio che indusse i biografi in tanti errori: e dissi che se il generoso napoletano fosse depositario di qualche scritto del Leopardi, dovrebbe oramai vincere gli scrupoli di una delicatissima coscienza e metter fuori tutto. Non mi pento di quel che ho detto, ma la pubblicazione del signor Zanino Volta, l’Appressamento, mi fa morder la lingua.

Il signor Zanino Volta, nipote dell’illustre inventore della pila, come ci dice parecchie volte nella introduzione, e vice-bibliotecario reggente nell’Università di Pavia (che diavolo è un vice-bibliotecario reggente?) il signor Zanino Volta capitò in certe camere del palazzo avito dei Volta dove c’erano per le terre molte cartacce, molta umidità e molti sorci. Trovò, frugando, un quaderno intitolato: Appressamento della morte, e se lo ficcò in tasca. Ora si trova che è un autografo del Leopardi, e lo stampa con cento pagine di prefazione.

È proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle gherminelle letterarie paleografiche, che questa è la prima domanda da fare. Chi è oramai quel letterato il quale non abbia commesso qualche marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che è noto al pubblico, ho parecchi altri peccatucci sulla coscienza e se volessi dirlo, c’è qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.

La calligrafia del Leopardi può essere esattamente imitata dal primo che capita: la carta del tempo si trova dappertutto; l’inchiostro sbiadito o rossastro si fa in cucina, e la cantica è un lavoro tanto giovanile che quasi potrebbe averlo fatto davvero il signor Volta, ma questo non vuol dire, poichè qualunque maestro di retorica può far di meglio.

Il nipote di Alessandro Volta ha preveduto il sospetto di falsificazione e mette le mani avanti. Egli prova che il testo e la sua età probabile vanno d’accordo con quanto ci dicono di questa cantica il Leopardi nell’epistolario, il Giordani ed altri; e che la calligrafia è quella stessa di altri lavori autentici del poeta ch’egli possiede; quindi la cantica è del Leopardi. Le premesse non fanno una piega ma uno scettico potrebbe sorridere della conclusione. Dato il caso di un falsario, è egli supponibile che costui avesse steso la cantica senza studiare prima tutto quel che ne è stato detto da molti e senza imitare o far imitare il carattere grafico? Bisognerebbe supporre che il falsificatore fosse Calandrino. Se la cantica va quindi d’accordo nei caratteri, diremo; storici ed esterni, questo non esclude che altri la possa aver fatta o fatta fare: ed anche questo ragionamento non fa una piega.

La storia del manoscritto, la storia provata, darebbe la vera sicurezza: ma appunto qui non si sa nulla di certo. Il come, il quando ed il perchè il manoscritto sia andato a nascondersi nella topaia dove il nipote del Volta lo trovò non può sapersi. Il nipote del Volta si permette soltanto qualche ipotesi, anzi parecchie ipotesi che possono esser accettate come tali e non altro.

Non voglio già sostenere con questo che la cantica ora stampata sia una falsificazione. Non c’è nulla che lo dica come a negarlo non c’è che l’opinione del nipote dell’inventore della pila. Non c’è nulla di strano che il Leopardi da ragazzo scrivesse a modo d’esercizio scolastico questi poveri canti, queste povere terzine.