Ma il rispetto, la venerazione che tutti abbiamo grande ed io ho grandissima per l’infelice poeta, non ci debbono impedire dal confessare che questa cantica, imitazione d’imitazione, non è altro che un lavoruccio scolastico, retorico, poverissimo sia nel riguardo del concetto che della lingua.
La lingua infatti denota uno studio assiduo dei classici, o anzi meglio de’ trecentisti, non corretto ancora da quello squisito gusto che fece grande il Leopardi. C’è sino l’affettazione dell’arcaismo, c’è sino l’esagerazione ortografica che gli fa dire:
I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi
Tant’era pien di lutta e di terrore.
Non c’è mai un io, ma sono tutti i’; non c’è parola mozzabile in principio che non sia mozzata e ci troviamo lo ’ngegno; ’ncontra; ’ntorno; ’ntelletto e mille anticaglie, roggia per rossa, lutta per lotta, frati, per fratelli, di rampa, approcciare, dischiavacciare, credulitate, rinomo, e il pomo d’Eva è il piagnevol pomo; proprio un glossario, un zibaldone di modi effettati o rancidi. Sarà del Leopardi, ma la lingua potrebbe essere non che del padre Cesari o del Puoti, ma di Fidenzio Glottecrisio Ludimagistro.
Quanto al concetto, è una imitazione d’imitazione. Lo stile è un calco, è un mosaico dove si trovano interi versi di Dante o di altri appena cambiati in una parola. L’episodio di Ugo è una imitazione un po’ della Francesca, un po’ dell’Ugolino, e la chiusa dell’episodio che piace tanto al nipote dell’inventore della pila, confida col comico; dice:
E svolazzò lo spirto sospirando!
Sarà del Leopardi insomma, ma questo non deve influire sulla verità. Sarà del Leopardi, ma è una povera, poverissima cosa. Il Leopardi stesso del resto ha giudicato, accettando poche terzine dopo molte correzioni: dato sempre che il Leopardi abbia scorretto il Leopardi. Se il povero poeta vivesse ancora e il signor Giovannino Volta gli avesse fatto un tiro da galera, non poteva forse fargliene uno peggiore che pubblicando questo imparaticcio che fa a pugni con tutte le convinzioni filosofiche e con tutta l’arte squisita del recanatese.
Per questa sconciatura e per la prefazione, della quale non dico nulla temendo che si possa sospettare qualche impossibile antipatia in me contro l’egregio nipote del l’inventore della pila, fu incomodata una illustre accademia milanese, si fecero suonare le trombe tutte dei giornali ed il monte ha partorito. Dico, e torno a dire sconciatura, l’avesse fatta anche il Padre eterno; poichè in fin dei conti se la critica deve usare delle ipocrisie, può andare al Gesù, ma non caverà un ragno da un buco. So bene che si troveranno anche i giornali di manica larga che loderanno senza aver letto, ma so bene che la coscienza ripugna a lodare quel che appare brutto e sbagliato.
Giacomo Leopardi è troppo grande poeta e troppo in alto perchè questa bambinata possa mai scemargli una dramma della nostra ammirazione. Non guastano il grand’uomo gli schizzi di meconio che la balia gli trovò nelle fascie; noi lo rispettiamo e lo amiamo lo stesso. Altrettanto però non possiamo certo fare pei nipoti dei grandi che fanno tanto fracasso per tante piccinerie. Il nonno può avere inventato la pila, lo riconosciamo; ma non riconosceremo così che il nipote possa aver inventato la polvere.
Io mi doleva già che il Ranieri se ha delle cose inedite del Leopardi non le pubblicasse ma dopo questa profanazione direi quasi che fa bene.