POLEMICHE INTORNO AL LEOPARDI[2]


Dispiace il dirlo, specialmente perchè c’entra una signora, ma bisogna pur dirlo: lo spettacolo che ci offre la famiglia Leopardi è indecente.

Non bastavano tutti i tormenti cui fu sottoposta la fama di Giacomo, tutte le chiacchere, tutta la malignità, tutta la imbecillità di coloro che conoscendo la propria miseria cercano di passare il Lete arrampicati sulle spalle di un grand’uomo che li porti ai posteri; non bastavano le indiscrezioni che si danno l’aria di rivelazioni importanti allo studio dell’ingegno del Leopardi, per cui abbiamo saputo quante volte al giorno il poeta si soffiava il naso e quante volte alla settimana si cambiava le calze; non bastava l’improntitudine degli scolaretti che eiaculano il loro primo articolo nel giornale letterario della provincia, profanando il nome di Giacomo e ripetendo le balordaggini imparate a scuola; non bastava insomma l’accanimento col quale italiani e forestieri turbarono la pace di quelle povere ossa in nome di un partito, di una scuola o di un pregiudizio; bisognava che la stessa sua famiglia scendesse a pettegolezzi indecenti in faccia al pubblico, contendendosi la privativa di vender oracoli in nome di Giacomo, come contendono tra loro i discendenti del Pagliano pel segreto della ricetta.

Ho detto, a proposito della cantica sull’Appressamento della Morte, edita umoristicamente dal signor Giovannino Volta, che se il Leopardi fu infelice in vita, fu infelicissimo dopo morte. Tanta sventura supera la pietà volgare e quasi quasi atterrisce; certo gli uomini celebri viventi debbono qualche volta provar disgusto per la celebrità, pensando che anche su loro può infierire una simile sventura. Si è giunti a questo, che un celebre autore, ora morto, non scriveva una lettera dove non ricorressero quaà e là alcune parole oscene. I suoi costumi e i suoi discorsi erano corretti e gentili, ma scriveva così perchè dopo morto non gli stampassero l’epistolario.

E, per quel che riguarda l’infelice Leopardi, la cosa comincia a diventare scandalosa. Pare che tra la vedova ed erede di Carlo, ed il figlio o i figli di Pier Francesco, sia una di queste lotte di famiglia cieche e ferocissime, come pur troppo avvengono spesso nelle famiglie italiane delle piccole città. Non importa cercare da che motivi venne questa divisione: intanto tutti i giorni si fa più profonda e più aspra; ha diviso Recanati e oramai gli studiosi delle cose leopardiane. Certo gli eredi legittimi e diretti del Leopardi debbono vedere con rammarico la pingue eredità dell’avarissimo Carlo distratta alla famiglia a vantaggio della vedova e dei figliastri di lui. Certo la signora Teresa Teia, prima vedova Pautas e poi vedova Leopardi, ha molti torti, non fosse altro, quello scusabile di voler fare l’apoteosi del defunto marito per quanto la meriti poco, e quello inescusabile di far servire queste tristissime polemiche alle rabbie clericali e fratesche; ma mentre i primi non dovrebbero dimenticare che al postutto si tratta di una signora, questa non dovrebbe dimenticare che si tratta anche di una famiglia alla quale essa è, si può dire, estranea. Da ambedue le parti sarebbero necessari molti riguardi, e nessuna delle due parti ne usa.

Queste ire poco decenti diedero origine ad un nuovo volume di cose leopardiane, cui il Piergili prepose una lunga prefazione apologetica.