Premetto che, se dovessi scegliere un partito, starei col Piergili e non coll’Aulard. Carlo, la più antipatica e falsa figura di casa Leopardi, che ebbe tutti i difetti e nessun dei meriti del fratello maggiore, deve ispirare simpatia a ben pochi che non abbiano interesse a farlo. Questo Arpagone, senza cuore come un clericale e senza dignità come un prestatore su pegno a grassi frutti, mi è sempre sembrato meno stimabile dello stesso Monaldo, la cui fama è oramai monda dalle brutte macchie d’un tempo. La condotta poi di chi tenne da lui ed abusò del suo nome di famiglia per miserabili intenti di partito e di sagrestia, mi nausea addirittura. Tuttavia ciò non toglie che in fondo sia da disapprovare questo strazio che dalle due parti si fa del povero Giacomo, il quale serve di pretesto alla lotta. Fa pietà vedere i combattenti scaraventarselo l’un l’altro addosso come un cencio sudicio e rimandarselo come una palla a suon d’ingiurie, di improperi e d’insulti. A Recanati si rapprentano gli Hèritiers Rabourdin, e come di solito il pubblico fischia.

Pur troppo è vero che lo studio dell’Aulard intorno a Giacomo Leopardi trovò in Italia un popolo di lodatori. Il nostro amor proprio nazionale era soddisfatto vedendo che dalla Francia, da quella stessa Francia dove le cose nostre sono così profondamente ignorate, ci veniva il riconoscimento cosciente di una delle nostre massime glorie. A chi non legge, o legge superficialmente, bastò il frontispizio per tenersi contento. Chi invece non legge i libri colla leggerezza con cui si leggono i giornali, scosse il capo e tacque. Meno che gli errori, spiegabili se non perdonabili, colpivano in quel lavoro gli intenti partigiani che l’avevano dettato. Il peggio fu quando la vedova di Carlo Leopardi stampò in francese un maligno libro—Leopardi et sa famille—dove, ripetendo notizie vecchie si cerca di tirarle a danno dei parenti avversari e si fanno insinuazioni poco dignitose e poco generose a carico di parecchi. Quel libro, scritto in servigio di odii domestici e di ire clericali, passò in Italia in meritato silenzio: ma in Francia, dove i migliori ignorano la nostra lingua, sarà tenuto per vangelo. Questo bel servigio hanno fatto al povero Giacomo le rabbie de’ suoi!

La prefazione del Piergili è quasi tutta una risposta alle ingiurie dell’opuscolo franco-clericale della vedova Leopardi. Senza dubbio egli era stato offeso da quella maligna pubblicazione e doveva rispondere: egli tuttavia passa un po’ la misura e dimentica che non c’è quanto la calma dignitosa per rendere la risposta all’ingiuria, e condonando molto alla delicatezza offesa, è lecito tuttavia sperare che in avvenire certi metodi ingiuriosi di polemica siano lasciati alla sagrestia dove sono indigeni e coltivati. Lasci che gli altri si abbassino: egli stia più in alto; stia all’altezza della dignità serena che gli dettò l’articolo su Monaldo Leopardi, apparso non è molto nella Nuova Antologia. Quella è roba che resta, non fosse altro, per la sua utilità; i pettegolezzi durano quanto le risa di chi se li gode.

E così, anche in questa prefazione rimane utile come documento storico tutto quel che riguarda le affermazioni del Ranieri. Siamo sempre nell’ambito della polemica, ma qui non si tratta più di ripulsa d’ingiurie o di smentita di calunnie già dirette o allo scrittore della prefazione o ai discendenti legittimi della famiglia Leopardi. Si tratta di fatti che hanno una grande importanza pel giudizio del carattere di Giacomo.

Il poeta morì in braccio ad Antonio Ranieri, il quale rimase in possesso de’ suoi scritti. Una parte di questi furono dal Ranieri ordinati in quella edizione fiorentina che è rimasta l’edizione ne varietur delle migliori cose del recanatese. Ma fino d’allora, prima si sussurrò, poi si disse alto che tutto non era lì, che il Ranieri aveva presso di sè molte cose, anche della maturità del Leopardi, rimaste ostinatamente inedite, sottratte da lui all’ansioso desiderio dell’Italia intera. Vero o no, il Ranieri tacque. Il testimonio degli ultimi anni del poeta, quando l’avida curiosità scrutava ogni frammento, interrogava ogni tradizione, stampava ogni bazzecola giovanile e fanciullesca del grande sventurato, non moveva labbro e stava immobile nel suo Sinai misterioso, come un Dio che sdegni di mostrarsi agli uomini.

Ad un tratto si seppe che il Ranieri avrebbe stampato un libro sugli ultimi anni del Leopardi, dove avrebbe corretto molti errori, dissipati moltissimi equivoci. Si aspettò febbrilmente. Non pareva vero che alfine si potesse sapere qualche cosa di certo sopra gli ultimi giorni del poeta rimasti sempre un po’ in nube, sopra gli ultimi suoi lavori che si credevano sottratti alla legittima e santa curiosità nostra. Il libro uscì, ma fu una delusione.

Il Ranieri faceva la propria apologia come se fosse stato assalito, e la faceva in modo che pareva recare a colpa del defunto amico gli assalti immaginari dei quali si doleva. Il carattere del Leopardi vi era dipinto con colori men che favorevoli, e si dichiarava alto e fieramente che il poeta nelle sue ultime lettere era stato ingrato verso chi lo aveva mantenuto in tutto e per tutto con amichevole disinteresse e non lieve sacrificio. Risultava da quel libro che la moralità del poeta non era completa, che era sudicio, goloso, cattivo, ingrato e, più di tutto, che si era lasciato assolutamente e completamente mantenere senza dir nemmeno grazie.

Il buon pubblico non seppe che dire. Gli si guastava la bella immagine del sublime tribolato che filosofò così melanconicamente sul dolore e incarnò in sè la tendenza pessimista del secolo. Gli si sciupava il poeta migliore di cui potesse forse gloriarsi l’Italia in questo secolo. Gli si buttava alle fogne un ideale quasi santo, una memoria venerata. Traspariva, è vero, dalla tronfiezza apocalittica, dalla evidente artificiosità romantica del libro, un non so che di esagerazione retorica facile a mettere in sospetto se non la veridicità, almeno l’esattezza dello scrittore. Ma come negar fede al Ranieri, all’ultimo amico di Giacomo, al confidente della sua ora estrema? Si chinò il capo sotto ad una disillusione di più.

Ma ecco il libro del Piergili, dove con documenti autentici si convince di errore il Ranieri in una delle sue più gravi affermazioni. Il Leopardi non fu mantenuto, almeno in tutto, dall’amico. Riceveva regolarmente dalla famiglia un assegno, tenue sì, ma non minimo in quei tempi a Napoli dove si viveva con poco. Nell’ultima sua malattia ricevette quaranta scudi, più che dugento lire, il cui valore era, allora e là, il triplo di quel d’ora. E di più le cambiali sono tutte scritte di mano del Ranieri; la sola firma è di Giacomo.

Questo errore in cosa tanto grave toglie fede a tutto il libro, che pareva scritto apposta per farlo credere al pubblico. Se il Ranieri errò in quell’affermazione che si può dire la principale del suo volume, ed invece egli stesso aveva avuto parte così grande negli atti che nega, si dovrà credere al resto?