L’utilità maggiore ed incontestabile del libro del Piergili sta appunto in questo. Un errore così grave, così pregiudizievole alla fama di Giacomo e venuto da persona tanto autorevole, stava per acquistare certezza di verità nella biografia del poeta, e il Piergili ha fatto opera buona e bella provvedendo. Non importano le varianti ortografiche tra due edizioni delle cose del Leopardi, inserite per crescere la mole del volume: importa assaissimo l’acquisto di un vero oramai non più discutibile, e per questo ben venga il libro.

Ma il Ranieri? Egli senza dubbio s’inasprirà ancora, o se conserva qualche cosa del Leopardi si ostinerà tanto più a negarcela. Speriamo almeno che l’amore che egli portò al povero afflitto lo difenda dalla tentazione di un sacrilegio come sarebbe quello di distrugger tutto. Il suo nome, che passerà glorioso alle più lontane generazioni come quello dell’amico fedele e consolatore del poeta, vi passerebbe infamato della fama di Erostrato e di Omar califfo; ed egli deve voler essere ricordato sempre come un onest’uomo, non come un pazzo irritato e maligno.

Se il libro del Piergili giovasse a scuotere il Ranieri dal suo misterioso silenzio, se giovasse a chiarire il dubbio che egli conservi molte e delle migliori cose del poeta, se giovasse a far paga la nostra santa e nobile curiosità che ci rende famelici di tutto quel che viene dal Leopardi, anche dei minimi scarabocchi infantili, benedetto il giorno in cui venne alla luce. Ma per ora, pur troppo, non pare.


MARIA MALIBRAN


Il maestro Pacini narra nelle sue memorie, che quando sentì la Malibran la prima volta al teatro S. Carlo di Napoli nella Gazza Ladra, lo dovettero portar via dal palchetto perchè dava segno di alienazione mentale e disturbava il pubblico colla sua ammirazione frenetica. La stessa Gazzetta di Bologna, foglio ufficiale di Monsignor Legato tra una enciclica e l’altra, inseriva una frase lirica per la divina cantatrice. Il Fètis, che morde spesso e volentieri non può dir male di lei; insomma, intorno alla sublime attrice non si ode che un concerto di elogi, i quali finiscono alle meste ed immortali strofe di Alfredo de Musset.

Ed ora, che cosa resta di questa donna adorata che fece impazzire i nostri nonni, che a Lucca si vedeva staccare i cavalli dalla carrozza, che a Venezia doveva rifugiarsi in San Marco per non essere soffocata dalla folla del popolo plaudente? Che cosa resta di quelle corone, di quegli entusiasmi, di quelle frenesie? La Malibran è diventata un ricordo, a poco a poco il suo nome passerà tra quelli delle attrici illustri note solo agli eruditi. Così il tempo passa e cancella le impronte di coloro che non poterono affidarle a monumenti durevoli. Gli oratori, gli attori, i cantori godono di trionfi momentanei, improvvisi. Spenta la generazione di coloro che udirono, nulla resta di loro. Nessun fonografo renderà la potenza oratoria del Castelar, come non ci potrebbe rendere il fascino della Rachel o della Malibran. L’onda del tempo passa sulle memorie umane e lentamente cancella tutto. Vi ricordate voi il timbro di voce de’ vostri morti?