Teodorico Landoni non disperò così, che anzi, senza che nella sua modestia osi dirlo, credette di poter competere anche con la epigrafia latina: se non con la vera dei consoli o degli imperatori, almeno con quella degli epigoni, con quella dei moderni che vestirono più degnamente la toga latina: e quanto a me, credo che egli abbia più che raggiunto l’intento suo segreto.

Il nome del Landoni, che potrebbe essere uno dei più conosciuti in Italia, è invece noto soltanto a quella classe di studiosi che non cercano la copia, bensì la sceltezza, a lor nutrimento. E la colpa di questa fama ristretta ai migliori e non scesa in balìa delle scapigliature della piazza, la colpa di questa tranquilla modestia del nome, è tutta propria di colui che lo porta, poichè la ricerca della più scrupolosa correzione, unita a buona dose di accidia, fecero del Landoni uno dei più corretti ma dei meno produttivi autori italiani. Egli non ha saputo peccare, mentre oggi una delle condizioni del trionfo è l’avere peccato.... e molto!

Il padre del Landoni si chiamava Jacopo, e fu uno dei più bizzarri cervelli che producesse mai la Romagna. Pareva che in lui rivivesse uno di quei fiorentini arguti che lasciarono tanti argomenti di novelle al Boccaccio, al Sacchetti ed al Lasca, e le cui beffe rimasero come tipo della festività di tutto un secolo. Le beffe di Jacopo Landoni non erano così feroci come quelle di Maso del Saggio o del Brunelleschi, ma anch’egli cercava i Calandrini e i Grassi legnaiuoli per goderseli. I preti e il governo, che allora erano una cosa sola, erano perseguitati dal bizzarro Jacopo, e a dir vero gli rendevano il cento per uno facendolo tribolare con ogni sorta di angherie. Ma Jacopo Landoni, tuttavia soffrendo, non mancò mai di cavarsi i capricci alle spalle dei Calandrini reverendissimi, e per molto tempo, forse oggi ancora, riuscì a far celebrare un triduo per un miracolo tutto di sua fattura.

Abitava presso San Giovanni Battista in Ravenna, e il cortile di casa sua era appunto sotto al campanile. Sull’imbrunire, Jacopo Landoni riuscì ad entrare nel campanile, e salito sino alle campane, infilò una cordicella nel battaglio della maggiore che era forato da parte a parte. Lasciata scorrere la cordicella per un buon tratto entro al buco, ne gettò i due capi nel cortile e scese. Sul punto di mezzanotte, afferrati i due capi della corda, si diede a suonare alla disperata. Il sacrestano, i preti, il vicinato furono in un momento sossopra, e nessuno osava salire per conoscere l’origine del terribile scampanìo. Si mandò a chiamare la forza armata, cioè quei certi soldati del papa che hanno una leggenda di prudenza confinante con qualche cosa di peggio, e intanto la campana affrettava il suo martellare, e mezza città destata e sorpresa accorreva. I soldati con la baionetta in resta salivano lentamente, urlando certi gran chi va là, soffocati dal rimbombo del bronzo sacro, che pareva infuriare ad ogni nuovo passo della forza; e il Landoni, intanto, nell’oscurità del suo cortile, osservava il lento procedere dei lumi nella chiocciola del campanile e sonava come un indemoniato. Quando i lumi furono quasi giunti in alto, egli lasciò andare un capo della cordicella e tirando sollecitamente per l’altro, sfilò il battaglio come si sfila un ago tirando per un capo filo. La corda non era ancora in terra, che i papalini proruppero nella camera delle campane, puntando avanti le baionette e urlando alt!... Non c’era nessuno! Il battaglio dondolava ancora, la campana vibrava ancora, e non poteva trattarsi di una illusione. Dunque?... La spiegazione la dette Jacopo Landoni, che intanto s’era cacciato nella folla, sostenendo che quello era un miracolo. E per miracolo fu battezzato e cresimato, tanto che credo si faccia ancora un triduo solenne ad perpetuam rei memoriam.

Le facezie i motti e le burle di Jacopo Landoni potrebbero empire uno di quei libri di Ana dove si accolgono le arguzie degli ingegni bizzarri. Ma se alcune di queste facezie sono di genere scatologico ed altre solamente gustabili da chi vive nella patria del Landoni stesso, è fuor di dubbio che abbondano di sale e di spirito. I pochi sonetti in dialetto del vecchio Landoni sono pure modelli di festività inimitabile; eppure in lingua italiana egli fu scrittore grave e solenne forse troppo quando il capriccio lo volse a tradurre le Maccaronee del Folengo. Come tutti gli scrittori suoi contemporanei, ebbe un rispetto tanto grande della lingua, una venerazione così severa, che gli guastò lo scherzo. Lo stesso Maestro Ircone, satira feroce ai puristi, o meglio ad un purista che razzolava tra le scorie del Trecento pensando di raccattar gemme, non esce da quella serietà solenne de’ linguisti d’allora ed è ben lungi dalla brillante festività delle cose in dialetto.

Questo rispetto quasi religioso alla propria lingua, Teodorico Landoni l’ereditò dal padre. Gli uomini dalla correzione squisita, quasi non osano tentare lo scherzo, quasi temono di peccare verso l’onore dell’idioma materno piegandolo ad esprimere concetti meno che serii. E tanto è il rispetto che il Landoni ha dell’italiano, che non lo stima inferiore al latino in qualsivoglia prova più solenne e difficile. Di questo sono testimonio le iscrizioni.

E dal padre ereditò Teodorico Landoni anche la bizzarria!

Più bel tipo di bohème non l’ho mai visto. Non di quella bohème scapigliata che copre spesso sotto le affettazioni e le pose la propria sterilità, ma di quella soltanto delle abitudini esterne, che non influiscono sul genere o sulla qualità degli studi. Il Landoni è nottambulo per eccellenza, bibliofilo insigne e frequentatore assiduo del Caffè dei Cacciatori, dove consuma un caffè solo con molti giornali. In quel caffè vanno a cercarlo molti studiosi e fino professori di Università per domandargli qualche notizia di libri sconosciuti e rari, che egli ha tutti in capo come in una biblioteca e conosce e spesso porta seco nelle sterminate tasche dell’immenso soprabito. Quando sonnecchia sul giornale, basta proferire vicino a lui un nome come quello di Dante, del Bembo od anche del Burchiello, per vederlo desto ad un tratto come un cavallo militare che senta la tromba, e gli occhiali come un padre che senta dir bene de’ suoi figli. Se poi cava fuori qualche edizione principe o qualche volume della sua maravigliosa collezione d’epistolari, ve lo fa vedere come l’orefice vi fa vedere un gioiello, sorride di compiacenza, gli tremano la voce e le mani, e quasi quasi si lecca i baffi come un buongustaio davanti ad uno di quei piatti che sono il trionfo della culinaria.

Gli amici suoi raccontano volentieri una specie di leggenda o di fola intorno alla sua bibliomania. Un giorno, il Morgante Maggiore sarebbe partito dalle case dei Pulci e per Mugello e Val di Savena sarebbe capitato a Bologna. Un viaggio di montagna, quando si vogliono prendere le scorciatoie, stanca anche i giganti; e il Morgante, arrivato in città dopo la mezzanotte, appoggiò il gomito ai merli della torre Asinelli, e prese fiato. Proprio sotto alla torre c’è il Caffè de’ Cacciatori, e mezzanotte è l’ora in cui il Landoni va appunto a leggere ivi i giornali del mattino antecedente. Ed ecco il Morgante, vedendo il Landoni, disse:

—Ohe! Landoni, dove andate?