L’interrogato alzò gli occhi, niente sorpreso, da buon romagnolo che non ha paura di nulla, e rispose con calma:

—To’! Vado al caffè. E voi chi siete?

—Io sono il Morgante Maggiore.

—O di quale edizione? Quella di Luca Veneziano del 1481 o quella di Francesco di Bino del 1482?

Così rimase stabilito che il Landoni, anche in uno di quei momenti nei quali un uomo ha ragione d’esser distratto, pensava invece ai suoi cari libri ed alle edizioni principi o rarissime.

Questi sono scherzi. Quel ch’e però certo è questo, che il Landoni, oltre ad essere uno dei primi bibliografi ed eruditi d’Italia, conosce come pochi la Divina Commedia e vi ha compiuto sopra degli studi profondi, quali potevano aspettarsi da un ingegno severo come il suo e da una conoscenza profonda della lingua e della storia. Gli abbiamo veduto alle volte tra mani certe edizioni a larghi margini del poema sacro, minutamente postillate, corrette e ricorrette, dove un lungo studio, un incessante raffronto di codici, di edizioni e di commentari hanno portato tutto quel lume che si può portare. La sola correzione della punteggiatura, fatta dal Landoni, schiarisce molti significati controversi. Peccato che la pigrizia e quella incontentabilità che è la caratteristica degli ingegni severi e corretti, privino gli studiosi del risultato di fatiche lunghe, pazienti ed intelligenti.

Invece il Landoni ci offre un volume di iscrizioni, quasi sfida a coloro che non reputano adatta la nostra lingua a simil genere di componimenti: iscrizioni che raggiungono spesso la perfezione del genere e che resteranno come modello, a perpetuo scorno degli Scolopi che le fabbricano secondo le ricette purgative del padre Mauro Ricci: ma, ad ogni modo, oggetto di rammarico per chi del Landoni desidera qualche cosa di più importante, come egli saprebbe dare, solo che lo volesse.

Riportarne molte non si può e non conviene; ma eccone una, da porsi sulla porta di un cimitero, dal lato interno:

O VIVENTI CHE USCITE
SOLO IL TEMPO NON MUORE
E L’ORA CHE VOLGE
È A VOI L’ULTIMA
FORSE.

Chi non intende tutta la terribilità racchiusa nel solenne laconismo di questa epigrafe?