A prima vista, però, non mi fece buona impressione. Molti se li ricorderanno ancora, i militi che per Doragrossa andavano a suon di banda al cambio della guardia. Allora a Corte accettavano ancora i servigi dei poveri militi, senza badar troppo alle incongruenze del vestiario. C’erano i calzoni larghi alla francese accanto ai calzoni stretti del quarantotto, le tuniche lunghe fino al ginocchio vicino alle tunichette misere ed arrossite in testimonianza dei molti e leali servigi.
I cheppì erano di cento forme, dallo staio napoleonico al cono tronco degli ufficialetti eleganti; i pennacchi poi erano di tutti i colori dell’iride. Allora la guardia nazionale la chiamavano ancora il Palladio delle istituzioni, le facevano la corte, le davano la destra nelle riviste. Ne avevano bisogno dei poveri farmacisti e dei mercantucci panciuti. Ora che non sanno più che farsene, limoni spremuti, hanno buttato nella spazzatura le bucce.
Ho visto la guardia nazionale nella sua decadenza, a Subiaco dopo il 1870. Già era diventato buon gusto schernire i borghesucci che giocano al soldato. Il Palladio era una canzonatura. Il vero palladio delle istituzioni era diventato l’esercito. E davvero l’esercito, mentre durava ancora l’assedio di Parigi, era guardato come una speranza di sicurezza, ed i generali non si mettevano sulla via dei pronunciamenti negando concordi di aver parte in un ministero di sinistra, e nessuno li spingeva per questa via dolorosa. La guardia nazionale, sfuggita dai borghesucci che temono i frizzi del loro giornale, non era più che una collezione di cambi pagati. A Subiaco, la domenica, girava una pattuglia di omaccioni colle brache corte e senza calze, colla camicia aperta sopra un petto che pareva il vello di un caprone, con certi ceffi che a incontrarli di notte sul monte c’era da fare il voto a Santa Scolastica. Portavano i fucilacci rugginosi a bilancia sulla spalla, sbattendo le baionette per le muraglie dei vicoli, e non rifiutando la foglietta offerta dagli amici sulla porta delle bettole. Di quando in quando un milite si sbandava e si fermava a giuocare una passatella. La guardia nazionale era proprio moribonda.
Ed è morta. Morta ammazzata da coloro che hanno paura di tanti fucili sparsi per la città. Morta ammazzata come tanti articoli dello Statuto, palladio anch’esso, palladio sacro delle nostre istituzioni.
Non difendo la povera ammazzata, nè vorrei predicarne la resurrezione. Solo mi fermo a guardare il cadavere, e ci faccio sopra le mie riflessioni.
E dico. Dunque, anche nella mente e nelle azioni di coloro che giurano fede allo Statuto, lo Statuto non è poi cosa immutabile e sacra. Non è dunque sacrilegio lo strappare un articolo o una pagina, quando lo persuadano il bisogno e l’interesse. A che dunque tante parole altisonanti sull’arca santa delle nostre istituzioni? Perchè processate coloro che attentano con le parole a quelle opere? Ci sono dunque due classi di cittadini: una, cui è lecito fare un buco magari nelle leggi fondamentali; ed un’altra, cui è proibito sino il voto di un cambiamento nelle disposizioni delle leggi stesse? Dunque i poveri farmacisti furono ingannati quando credettero vero il motto che sta scritto nei tribunali? Come si spiega questa faccenda?
Rispondono. Non è un attentato alla santità delle leggi fondamentali, ma è che tutto invecchia a questo mondo, e certe disposizioni che sono buone per un’epoca, sono inutili e cattive per un’altra. Tale era la Guardia Nazionale. È la legge dell’evoluzione. Ci perfezioniamo respingendo quel che non è più buono. È un progresso, non è un sacrilegio.
Grazie. Ma noi chiediamo altro! Voi fate vostra la tesi di quelli che per gli stessi motivi domandano la Costituente.
Di qui non si esce. O lo Statuto deve rimanere intatto in ogni sua parte, e nessuno può abolire di fatto un articolo. O si può toccare quando il bisogno lo vuole, ed allora non è reato il sostenere che le istituzioni vanno a finir tutte a poco a poco come la Guardia Nazionale.