GUARDIA NAZIONALE


Vi ricordate la Guardia Nazionale?

Povero brandello delle nostre sacrosante istituzioni, povero antico dello Statuto, morto e sepolto come tanti altri! Io ne ho una memoria abbastanza chiara, poichè ho assistito ai tre principali momenti della sua vita.

Il primo ricordo ha una trentina d’anni oramai. C’erano i tedeschi in Romagna, e il tener armi in casa voleva dire rischiar la galera o peggio. Sapete che Gerzowsky non scherzava. Pure, in casa mia e in molte altre, si conservava religiosamente, come reliquia delle speranze cadute quel che si poteva nascondere. Il mio povero babbo era stato anch’egli della guardia civica, e la sua sciabola d’ufficiale era nascosta in casa. Io, bambino, lo sapevo, benchè mi fosse tenuto segreto il nascondiglio; e quella sciabola nascosta mi ispirava un misterioso rispetto, come un nume invisibile e presente. Il portare in me qualche cosa di un segreto pericoloso, mi faceva insuperbire: mi pareva di essere a parte di una congiura tenebrosa, di una macchinazione fatale. Ricordo benissimo che mia madre, quando ero buono, mi premiava mostrandomi le spalline dorate del babbo, e non ora certo in casa mia che i colombi avrebbero fatto il nido nell’elmo di Scipio.

Eppure in casa non c’era nessuna tradizione militare. Il mio povero babbo non fu che un ignoto farmacista di villaggio, uno di quei farmacisti militi che hanno poi dato tanta materia alle caricature imbecilli ed ai motti scellerati. Ma in quelle umili case, dove non si convitavano i generali tedeschi come in certe altre, si aspettava sempre la risurrezione, si teneva vivo il fuoco sacro, quel fuoco al quale ora gli anfitrioni dei croati riscaldano il pranzo ed accendono la sigaretta.

Come ghignano, come hanno ghignato i nobili conti e le nobilissime marchese di questi poveri diavoli, che alzarono col suffragio loro questa baracca, all’ombra della quale è lecito oggi sognare le ineffabili felicità di una chiave di ciambellano o di una patente di dama di corte! E sono i poveri farmacisti beffati, i poveri borghesucci messi in ridicolo, che hanno dato denari e braccia, entusiasmo e buona fede per fare una Italia costituzionale. I nobili conti, le nobilissime marchese rideranno tanto, i valletti ed i parassiti faranno tanto ridere, che finalmente i farmacisti ed i borghesucci si stancheranno di far la parte dei bastonati e contenti. E allora?

Così ho visto la guardia nazionale allo stato latente. L’ho vista poi allo stato trionfante.

Nel 1859 ero in collegio. I preti hanno questo di buono, che sanno conciliarsi il rispetto dei loro allievi: infatti, al rumore della battaglia di Magenta, io ed i miei condiscepoli insorgemmo come un collegiale solo; e colle scope, le molle, le sassate ed altre persuasivi argomenti, cacciammo il tiranno aborrito. A cose più quiete, io, come uno dei capi, fui gentilmente pregato a levare l’incomodo, e mio padre, cui non pareva vero, mi condusse a Torino. Là vidi la guardia nazionale all’apogeo della sua fortuna.