Se non viene applicato un radicale rimedio, come si applicherà, vedremo un altro marchese Cavalletti senatore di Roma un’altra volta.
Ho sognato (la retorica non impedisce di sognare) ho sognato che la reazione aveva trionfato in Francia e regnava Enrico V. I nostri soldati, senza scarpe e senza pane, si ripiegavano verso il mezzodì, e Roma era in pericolo. Il generale De Charrette veniva da Civitavecchia; il governo si era trasferito a Napoli.
Il Consiglio municipale si radunò in Campidoglio e deliberò di pregare il comandante del presidio acciocchè rinunciasse alla difesa. Il comandante volle fare il suo dovere e fu trattato da mangiapreti, ma dopo breve resistenza dovette abbandonare le mura, per le forze soverchianti del nemico e per la mala volontà delle autorità clericali.
Il Consiglio, adunato in permanenza, deliberò che il duca Salviati, sindaco di Roma, portasse le chiavi della città al generale De Charrette, che la Giunta si recasse al Vaticano a pregare il papa di far ritorno al Quirinale. Lo stemma di Savoia fu abbassato e qualche bandiera bianca e gialla cominciò a comparire.
Il duca Salviati compì nobilmente la sua missione, e consegnò le chiavi con un bel discorso, dove parlò del trionfo della religione e delle glorie di Roma papale.
Il generale rispose poche parole, dove si congratulava colle autorità romane ed esclamava che il regno dell’inferno era cessato per sempre. La sera, gli zuavi entravano in città, e le finestre dei giornali costituzionali e dei principali moderati erano illuminate.
Il sogno è sciocco come tutti i sogni. A Roma infatti c’è gente capace di rifare la quarantottata della difesa della repubblica, e ci sono abbastanza mangiapreti per rompere i lampioncini bianco-gialli alle finestre dei giornali moderati. Tuttavia come in tutti i sogni, c’è qualche cosa di vero; la possibilità di veder sindaco il duca Salviati. Quando sarà sindaco, sentiremo gridare che gli oppositori fanno della retorica e sono mangiapreti; solo resterà a vedere se tanta gente, come oggi, avrà paura di quelle sciocche parole.
Tra l’esser mangiapreti e l’esser preti, chiamatela retorica, ma scelgo il primo.