Della parola retorica si può dir molto. Ogni parola che abbia un senso alto, ogni frase che si diriga ai nobili sentimenti di patria o di libertà: ogni discorso che esca dalle solite rotaie della mediocrità soddisfatta e della conservazione sacrosanta, sono bollati e messi alla berlina come retorica. Prima del Settanta era retorica il dire Roma futura capitale d’Italia, e quegli stessi che schizzavano amari frizzi (diseur de bons mots, mauvais caractere) contro gli scapigliati vociatori de’ meetings (si chiamano così in lingua costituzionale, o più brevemente mitingai) dopo essere arrivati a Roma piangendo e spinti a pedate dalla nazione (parola retorica; bisogna dire il paese) inventarono poi l’hic manebimus optime trionfale.
Ma in quei tempi la parola retorica non chiudeva in sè tutto quello scherno conservatore che rinchiude oggi, e pochi ne avevano paura; oggi invece è diventata l’incubo, la bestia nera di tutti coloro che da vicino o da lontano hanno che fare con la politica.
Avete visto un cane con una casseruola alla coda scappare per le vie, tra le fischiate e le pedate? Ebbene, la parola retorica è la casseruola che temono tutti gli uomini politici, dalle alture del Senato alle bassure dei foglietti ebdomadari.
Un oratore accusato di retorica, può fare una orazione meglio di Cicerone, ma i colleghi gli punteggeranno le frasi con quelle sghignazzate villane che i resoconti della Camera battezzano ilarità. Un giornalista può aprire una cronaca di miseri, additare ad una ad una le sciagure, le vergogne, gli spasimi che disonorano una città, un governo, una società intera: ed i colleghi alzeranno le spalle, scherzando sulla retorica repubblicana e tornando alle notizie delle reali rosolie e delle nuove nomine di commendatori tutte belle cose che non sono retorica.
Il suffragio universale? Buffonata. I meetings? Pagliacciata. Le dimostrazioni? Quarantottata... e così via. Del resto, tutta retorica. Mettiamo che un povero calzolaio non trovi un cane da calzare ed abbia fame: vedete che l’ipotesi non è inverosimile. Se tace, prima di tutto non mangia, e poi rinuncia alla speranza di mangiare. Se parla, in genere, di sofferenze dei diseredati, dei proletari, dei poveri, una delle due: o parla a bassa voce, e allora fa della retorica; o parla forte, e allora lo mandano a domicilio coatto. Mettiamo che un avvocato lo difenda. Oh gli avvocati! Peste della società, rovina delle istituzioni, ecc. E poi a che cosa servono gli avvocati? A far della retorica. Non si è conservatori per niente.
Ma questa parola scotterà tra poco a coloro che se ne fecero un’arme contro le aspirazioni al meglio. Se le cose pensabili sono anche possibili, potrebbe darsi che un bel giorno li vedessimo con le mani nei capelli gridare disperatamente: o lo Statuto? o il bene inseparabile? o l’irresponsabilità?—E potrebbe darsi che ci fosse chi sorridendo rispondesse: retorica. La risposta calzerebbe come un guanto. Ora, conoscendo la debolezza di molti, i pochi si servono di questa parola come spauracchio: ne hanno fatto un fantoccio di paglia nel campo grasso delle istituzioni; ma se i passeri si accorgono che è di paglia, addio raccolto.
Un’altra parola da spaventare i passeri timidi è mangiapreti. Tanta ipocrisia si nasconde sotto questa parola che, non v’ha dubbio, nacque al Gesù. I clericali mascherati da costituzionali, e i costituzionali che hanno paura di parer clericali come sono, ne fanno grande uso. Ricordare l’Inquisizione è retorica, questo si sa: ma proporre la soppressione di un campanile è da mangiapreti. Nelle votazioni amministrative si deve votare pei clericali, e se un onest’uomo rifugge dall’imbrattarsi la coscienza con una vigliaccheria verso la patria, è un mangiapreti; e aggiunge che la parola patria è retorica. L’abbiamo visto ieri; gli schernitori dei mangiapreti si sono baciati in faccia coi preti, e questo bacio di fratelli in Cristo ce lo ricorderemo.
Ed è giusto. La religione cattolica non è la religione dello Stato, secondo la Statuto largitoci dal magnanimo Carlo Alberto? Dunque bisogna andar di braccetto coi ministri della religione per essere buon costituzionale, buon osservatore della legge fondamentale. E buon pro’ vi faccia, e tanti saluti al cardinal vicario.
In Belgio il prete ama il suo paese, e tutti sanno quanto il clero abbia contribuito alla fondazione del regno. In Francia è lo stesso, e gli zuavi pontificii combatterono per la patria contro i prussiani. Dappertutto il prete ha le idee retrive che gli vengono dalla religione romana, ma ha una patria, e non consentirebbe l’alienazione di una minima particella di essa. In Italia invece il clero ed i cattolici sono nemici non solo della libertà, ma della esistenza della nazione come corpo indipendente e padrone di voler tutto, anche l’unità. È strano, dunque, che si vogliano far confronti tra noi e le altre nazioni. Per queste, un governo clericale è un regresso, una sventura civile, ma è sempre una questione interna che non tocca in nulla l’essenza della patria. Per noi, un governo clericale sarebbe il ritorno, almeno tentato, ai vecchi regni ed alle vecchie ingerenze. Pare impossibile che ci siano ancora degli ingenui capaci di credere che il governo temporale della Chiesa non rivivrebbe se i clericali prevalessero.
Nei Comuni non vi fanno paura? E le scuole?