La stabilità che acquistarono le dinastie italiane dal secolo XVI in poi, avrebbe fatto forse giungere la dinastia fino ai nostri tempi.

Che razza di alterazioni si sarebbero fatte nella storia delle origini per cancellare la prima labe della dinastia, si vede molto debolmente nell’opera recentissima di un frate Leonetti, il quale in tre volumi fa l’apologia niente meno di Alessandro VI. Quanti ripieghi, quante compiacenti omissioni, quante cortigiane amplificazioni si sarebbero fatte per creare una leggenda gloriosa alla stirpe del Valentino! Avremmo i nomignoli di rito, Cesare il grande, Rodrigo il Bello, Giovanni il Magnanimo, Giufrè il Leale; e se la discendenza di madonna Vannozza avesse avuto l’intelligenza e la elasticità necessaria per capire e per adattarsi ai tempi, ci avrebbe largito graziosamente lo Statuto. Direte che sono sogni, ipotesi strambe, fantasie matte: ma siete in errore. Tutto questo non solo era possibile, ma c’è stato un momento nella storia del nostro povero paese, che la dinastia Borgia era probabile. E poi, i Borboni non sono saliti al trono partendo di molto più basso?

E i Romanoff non vi sono arrivati in tempi recenti? Che cosa c’è d’impossibile? Pareva ben più impossibile, soltanto trent’anni addietro, che alla corona d’Italia potesse arrivare la dinastia di Savoia.

Un altro strano fatto, che per poco non cambiò tutta la nostra storia, fu la proposta del doge Piero Ziani al Maggior Consiglio di Venezia nel 1222, proposta che il Fambri ha ricordata nella Nuova Antologia. Il doge cominciò a dire degli inconvenienti e degli incomodi che aveva pei cittadini e pel governo la residenza in Venezia. Rimise davanti agli occhi dei consiglieri i pericoli d’inondazione, i frequenti terremoti che in quel tempo desolavano la città, le città vicine scomparse. Se il mare cresce, c’è pericolo di morire annegati; se cala troppo e scopre i pantani del fondo, c’è pericolo di morire asfissiati. Quel che si consuma in città è portato tutto dal di fuori: nelle paludi non si raccolgono altre che cappe, granzi ed altri pessetti insufficienti al vivere degli uomini. Invece a Costantinopoli si troverebbe ogni sorriso di natura, ogni ricchezza e fecondità di suolo. A Venezia occorreva lottare tutti i giorni e combattere coi vicini di terraferma, mentre sul Bosforo si troverebbero sudditi e amici, si sarebbe quasi nel centro dei possedimenti orientali, vicini a Candia, alla Morea, a Corfù. Ed enumerando questi ed altri vantaggi, il doge proponeva nientemeno di trasportare la capitale da Venezia a Costantinopoli.

Al doge rispose Angelo Faliero, Procuratore di San Marco e uomo di molta autorità. La sua arringa compendiata dal Temanza è un monumento di quel caldo amor di patria che ora si chiama retorica da tanti. Ricorse agli effetti oratorii che fanno paura ai nostri deputati, e ricordò che tra queste vilipese paludi erano morti e sepolti i vecchi e vivevano i figli e le mogli e stava ogni cosa più caramente diletta. Disse che quella miseria dei luoghi era stata la causa dell’industria e della forza dei veneziani, spingendoli alla navigazione: e terminò rivolgendo una calda preghiera ad un Cristo che pendeva dalla parete. Fu quello, come dice bene il Fambri, il più grande e il più decisivo duello oratorio combattuto nel secondo millennio dell’era volgare. Da una parte il ragionamento dell’utilità, dall’altro la retorica degli affetti: da una parte tutte le seduzioni del piacere e dell’interesse, dall’altra tutti i vecchiumi dell’amor di patria tenace e quasi religioso. Mossa la proposta a partito, il Consiglio per un sol voto decise di rimanere a Venezia. Oggi forse l’arringa del Faliero sarebbe stata schernita come retorica ridicola: certo noi non ci pensiamo tanto a mutar capitale.

Per un solo voto! Qui non direte che siano ipotesi strambe; per un sol voto sopra seicento quarantuno votanti, tutta la storia veneziana continuò a svolgersi in Italia. Per quel voto c’è ora una questione d’oriente; e non è italiana!

Che cosa sarebbe divenuta Venezia trapiantata a Costantinopoli? Non ci vuol molto a credere che l’ambiente bizantino avrebbe corrotto rapidamente i ruvidi marinari; ma tuttavia le resistenze all’invasione ottomana sarebbero state più energiche e Maometto II non avrebbe vinto un doge così facilmente come vinse un imperatore. Quel che è certo si è, che i contatti inevitabili dei veneti emigrati con quelli rimasti sulle lagune e col resto d’Italia, dove avevano commerci avviati, avrebbero portato più presto fra noi quella coltura greca, che recata dai fuggiaschi di Costantinopoli verso la seconda metà del secolo XV diede le mosse al Rinascimento. Ma l’Italia nel 1222 non era certo preparata a ricevere il nuovo seme ed a farlo fruttificare. Per allora, certo, tra i tumulti interni dei comuni e le continue guerre di campanile, a malgrado della coltura cortigiana di Federico II, l’aura nuova sarebbe inutilmente venuta dall’Oriente. Ma la fioritura del Rinascimento avrebbe per questo anticipato o ritardato? Qui bisogna fermarsi, poichè appunto al di là di queste domande stanno le ipotesi strambe.

Basta che si vegga come, contro l’opinione di molti, anche piccoli avvenimenti possano produrre grandi effetti.

L’esempio di quel che accadde a Venezia pare che debba convincere anche i più scettici.