Il Breughel, pittore fiammingo, eseguì una serie d’incisioni a proposito dei grassi e anche dei magri. (Anche in ottobre ci sono dei magri: pare impossibile, non è vero?) È, se volete, una amplificazione o una ripetizione dell’antico contrasto tra il carnevale e la quaresima, che si trova un po’ dappertutto, fino nei grassi libri del Rabelais, ma specialmente nelle letterature popolari dal Quattrocento in qua. Me ne ricordo una. I grassi sono a tavola, traboccanti di lardo, co’ lineamenti annegati nella ciccia e le pance monumentali maestosamente appoggiate alla tovaglia. La tavola è ingombra di vivande succolente; i fornelli sono sepolti sotto le pentole; tutto, fino l’aria, sembra impregnato di molecole nutritive, d’unto, di succo. Una donnona mastodontica porge ad un bimbo sferoidale un petto mostruoso. I cani stessi, che leccano un trogolo pieno, sono adiposi e gonfi come vesciche di strutto. Ma sulla porta è comparso un povero magro colla cornamusa sotto l’ascella. Non è che pelle ed ossa, ed i suoi occhi voraci con la sola forza dello sguardo sembrano dimagrire le pollanche polisarciche adagiate nei piatti caldi; i suoi denti aguzzi e lunghi paiono nati nelle mascelle instancabili di un pescecane. I grassi si sono alzati furibondi e scacciano inesorabilmente il povero magro, l’oggetto della loro implacabile inimicizia. La stessa donnona mostruosa ha trovato nella sonnolenza della sua obesità un atto d’impazienza e d’ira contro il malcapitato. Chi gli ha detto, a questo sciagurato figlio della fame, di venire a chiedere gli avanzi della tavola dei grassi? Fuori, fuori il nemico! I grassi vogliono mangiare in pace, e gli avanzi sono pei loro cani!

Ah, davvero, l’ottobre è il mese della vendemmia e dei tordi, ma è anche il mese delle febbri e dei primi freddi. Ma chi ci pensa, poichè nelle ottobrate ci si diverte tanto? Chi lo dice non è altro che un predicatore seccante, un retorico rompiscatole.

Chi si accorge che i bimbi dei poveri camminano scalzi nella rugiada, che i babbi non hanno una camicia sulle carni grondanti dei sudori della febbre? I tordi aspettano, e l’oste ha il vino buono. E quando il povero magro segue con gli avidi la carrozza dove assoporate le voluttà raffinate della buona digestione, voi non vi voltate nemmeno o se vi voltate è per esclamare:—Quell’uomo là ha un brutto sguardo!—Lo credo io! La polenta e la febbre non fanno gli occhi belli.

Prediche, non è vero? Retorica da pulpito, quando il predicatore raccomanda un’abbondante elemosina! Ma via, chi vi dice che questi poveri magari domandino l’elemosina? Quello del Breughel a buon conto veniva a suonare la cornamusa, proprio come sotto alle finestre delle trattorie vengono i sonatori ambulanti a guastarvi il pranzo. Siamo in Italia, ed è di qui che partivano e partono ancora le frotte dei fanciulli venduti dai genitori nei quali più che il dolor potè il digiuno. L’amore ai figli è il sentimento più universale che sia in natura, e lo provano vivissimo tutte le bestie, dalle feroci alle stupide, dalle gigantesche alle microscopiche, dal leone all’oca. L’uomo prova in modo acutissimo questo affetto, che gli è cagione di tante gioie e di tanti dolori; chi non ha figli non può supporre come sia energico l’amor paterno, quanti sacrifizi faccia compiere serenamente, quanti pericoli sfidare con animo sicuro.

Perchè dunque qui in Italia ci sia della gente che vende le proprie creature agli aguzzini, senza morire prima di dolore, bisogna che o la fame abbia vinto e sradicato ogni altro affetto, proprio come in certe bestie che divorano i loro piccini; o che le condizioni di certe nostre provincie siano tali da fare che gli uomini scendano sotto al livello dei bruti. Qualunque sia la soluzione che preferite, resta però sempre che i poveri bimbi lasciano la loro patria che non fu loro madre ma noverca, e vanno per tutto il mondo civile con un’arpa od un organetto ad armacollo a cantare la vergogna, il vituperio del loro paese natale.

Di chi è la colpa? Non ci avete mai pensato, grassi che giubilate divorando i tordi, non ci avete mai pensato che potrebbe venire un giorno in cui si pretendesse che la colpa sia vostra? Oh! si sa! chi lo volesse dire, direbbe un grande sproposito. Come? Accusar voi altri di non far nulla per le popolazioni affamate, per le miserie e le piaghe della patria? Ah, ingratitudine! Eppure il grido di dolore dei poveri affamati è arrivato al vostro ottimo cuore e voi avete provvisto immediatamente... accrescendo i carabinieri!

Non vi lamentate, o grassi, se i magri che trovate seduti sui margini della via hanno un brutto sguardo; anzi contentatevi.

Guai a voi altri, il giorno che li vedrete ridere! L’ottobre non vi sembrerebbe così bello, la vendemmia non vi ricreerebbe più come oggi, e le nostre istituzioni che fanno la gloria ecc. ecc., sarebbero andate dove vanno le più belle cose di questo mondo, in quel biblico paese dove va tanta roba, in Emaus.

Per ora dunque sazieremo i magri crescendo i carabinieri. Domani... domani ci penseremo.