FINTA BATTAGLIA
La tentazione era troppo forte. Avevo un bello stringere le mascelle come uno che subisca un’operazione chirurgica, avevo un bel predicare dentro di me che ci vuoi costanza, che gli impegni presi sono sacrosanti, che dovevo tirare avanti a scrivere. Ma la finestra era aperta, il villino è sul monte e, solo a muover gli occhi, vedevo laggiù Bologna e tutta la pianura azzurra sino all’orizzonte. Inutilmente, per allontanare l’occasione, avevo socchiuso le persiane e m’ero rimesso al lavoro. Un raggio di sole, di questo caro sole d’ottobre, pallido come un convalescente, tentatore come una donnina timida, si ficcò tra gli sportelli e venne giù diritto nel calamaio mentre v’intingevo la penna. Sant’Antonio non ci avrebbe durato, ed io buttai per aria tutto, presi il cappello e, facendo cento transazioni ipocrite con la coscienza, volli darmi ad intendere che l’ottobre essendo mese di vacanze, poteva fare a meno di scrivere, chè anzi i lettori ci avrebbero guadagnato, ed altre piccole verità che sembrano bugie e bugie che sembrano verità. Così uscii all’aperto.
Tranquilla, tranquilla la mia coscienza non era. Tuttavia respirai profondamente, a pieni polmoni, come un prigioniero scappato; diedi un’occhiata di benevola soddisfazione al cielo, al monte, al piano, e preparandomi a goder bene le ore rubate al tavolino, m’incamminai.
Ad un tratto, su per la strada sentii il galoppo di un cavallo. Sapete bene: quadrupedante putrem... più il fracasso di una sciabola in burrasca. M’arrivò sopra un tenente d’artiglieria impolverato come un mugnaio, sudato come una Madonna miracolosa.
—E’ Miserazzano quel villino lassù?
—Sissignore.
—Ci si può andare di qui con l’artiglieria?