—Ci si va benissimo. Se vuole, la condurrò io.

Mentre si parlava, un maggiore di fanteria, giovane, bruno, eccitato, arrivò galoppando sopra un gran cavallo bianco. Mi ripetè l’interrogatorio ed io ripetei le risposte; intanto cominciò a sbucare la fanteria, e più sotto sentivo rumoreggiare i cavalli, i carriaggi ed i cannoni che accorrevano di trotto. M’accorsi di essere in mezzo ad una battaglia e, mentre assicuro ai lettori che voglio loro moltissimo bene, debbo confessare che in quel punto non è proprio a loro che pensavo.

Si trattava di salire a Miserazzano senza essere scoperti giù dalla valle della Savena o dagli avamposti che potevano esser sulla cresta dei colli. Ecco qui in due parole il campo di battaglia.

La Savena va dal sud al nord incassata tra alte colline, e lungo la Savena corre la via reale da Bologna a Firenze. Miserazzano, in cima ad una collina gessosa sulla destra del fiume, domina la valle ed il ponte che sta quasi sotto. Il nemico, presso al ponte o a mezza costa sopra la Pizzigarola, rappresentava la retroguardia di un esercito in ritirata verso Firenze. Noi invece eravamo l’avanguardia di un esercito insecutore e dovevamo tentare di tagliar fuori la retroguardia nemica dal suo supposto esercito. Per questo il nostro maggiore aveva spinto una parte de’ suoi lungo la via maestra fingendo un attacco di fronte, mentre con l’artiglieria e il resto della fanteria correva ad un assalto improvviso sulla destra del nemico. Bisognava adunque arrivare a Miserazzano coperti e presto. Mi spiego bene?

Non si faceva sul serio, lo so. Ma si ha un bell’essere parmigiani del disarmo e della pace universale, nemici sfidati degli eserciti stanziali e magari della pena di morte, che tuttavia nella guerra anche finta c’è sempre qualche cosa che riscalda il cervello. Sarà un istinto brutale, l’istinto della bestia feroce che si ridesta, sarà quel che volete, ma intanto ci sentiamo tutti attirati verso la sciabola (le donne poi!), e quando questa benedetta spada è nuda e scintilla al sole, ci sentiamo caldo dentro e nessuna voglia di ragionare. Capisco benissimo l’inquietudine del maggiore che tentava una sorpresa che poteva fallire per mille casi imprevedibili dalla prudenza umana, e la capivo tanto bene, che ero inquieto, eccitato anch’io come se la responsabilità fosse anche mia, come se dalla nostra vittoria dipendesse qualche cosa di grosso. E’ inutile sorridere. Al giuoco si parteggia e si scommette per un giocatore, al teatro si piange o si ride di un personaggio e de’ suoi casi, e si può bene riscaldarsi per la riuscita di una manovra, come mi riscaldai io che mi misi tutto a disposizione del mio maggiore.

Eccoci adunque al trotto verso Miserazzano, e il vostro devoto servitore avanti a tutti. A un certo punto luccicarono tra gli alberi alcune baionette.—Maggiore,—gridai,—qua c’è dei soldati!—E il maggiore, ritto sulle staffe, aguzzando gli occhi sotto la visiera del pentolino, rispose quasi seccato:—Niente, niente. Sono dei nostri.—O che lo sapevo io che c’erano arrivati per un’altra strada? Un po’ mortificato ripresi il trotto, e così trottando entrammo tutti pel cancello della villa. Il giardiniere sbalordito mi riconobbe e, poichè la guerra non esclude sentimenti generosi, lo avvisai che dicesse alle signore di spalancare tutte le finestre. Con le cannonate in prospettiva, poveri cristalli!

Mettevano i cannoni in batteria, e dal parapetto guardai giù nella valle. Che calma solenne! Proprio il silenzio dell’ora meridiana. Pareva che le case sonnecchiassero, mezzo nascoste dagli alberi, e nella strada bianca che serpeggia lungo il fiume non si vedea muover nulla. L’acqua della Savena a quella distanza sembrava immobile e il sole la faceva risplendere come una lama d’acciaio. I soldati stavano silenziosi coll’arma al piede, e gli artiglieri tacevano, pronti, accanto ai pezzi. Non si moveva una foglia, non si sentiva un respiro; solo dai querceti che stanno sotto al monte veniva su una vocina di donna, raggentilita dalla distanza, e cantava la vecchia canzone:

Ti voglio bene assai,
Ma tu non pensi a me...

Mi riscosse la voce del tenente, che diceva:—Chiudano bene l’otturatore!

Il tenente, che scrutava giù con gli occhi, tese, a un tratto il dito ed esclamò:—Eccoli là!—Nel punto stesso, da una casetta color di rosa, un po’ sotto noi, alla nostra sinistra, si alzò un nuvolo di fumo. Dopo alcuni secondi ci giunse il rimbombo della prima cannonata.