Primo pezzo... fuoco!—Secondo pezzo... fuoco!

Non avevo mai sentito le cannonate così da vicino, e vi assicuro io che sentirsene a sparar un paio a tre metri di distanza fa un curioso effetto! Il corpo riceve come uno scappellotto complessivo equamente distribuito su tutta la sua superficie, e dentro si prova un rimescolamento commotivo ed istantaneo che, come sensazione piacevole, lascia molto a desiderare. Le orecchie poi sembrano una platea burrascosa. Fischiano, figli miei!

Il nemico aveva quattro pezzi, ma noi avevamo il vantaggio della posizione. Ad ogni nostra innocua cannonata diminuiva il senso di scotimento che avevo provato in principio, e mi esaltavo sempre di più, e dicevo bene! come un generale che applaude un bel colpo. Dovevo esser leggermente ridicolo, ma il tenente non mi badava. Le signorine di casa, rassicurate, prendevano parte alla battaglia incruenta dal terrazzo, con gli ombrelli bianchi, ed il tenente soffriva di distrazioni. Mi pareva proprio di camminare in un bozzetto di Edmondo De Amicis.

L’artiglieria nemica dovette ritirarsi e noi la salutammo con le ultime salve: ma la casa di color rosa era ancora fortemente occupata dalla fanteria, e sulla cresta della collina, tra le macchie cedue alla nostra sinistra, cominciarono a levarsi i fiocchi grigi del fumo della polvere ed a crepitare le fucilate. Vidi il maggiore ritto sul suo cavallo bianco che si staccava magnificamente sul turchino cupo del cielo. Aveva il braccio teso, e subito dopo la tromba squillò l’avanti, e mi parve che quello squilla chiamasse anche me. Lasciai l’artiglieria e mi cacciai giù per le fratte a raggiungere i combattenti.

Quel mio maggiore era indiavolato e non c’era modo di arrivarlo. Lo vedevo di quando in quando comparir su, supra una cima, sempre diritto sul cavallo, sempre col braccio teso e poi sparire come una visione. E la tromba squillava sempre l’avanti e il crepitio delle fucilate s’allontanava sempre.

Per fortuna conosco le scorciatoie e raggiunsi il mio corpo: con la lingua fuori, ma lo raggiunsi. Un sergente, nel più canzonatorio dialetto veneto, mi accolse dicendo: ah, la xe qua anca ela? Se i bianchi i la chiapa, la se farà fusilar.—Non ci avevo pensato. Infatti che parte ci faceva io? La spi... No! che brutta parola! Facevo, o piuttosto avevo fatto la guida. In ogni modo il sergente aveva ragione. Ma che bisogno c’era di dirmelo?

Sarà stata una sciocchezza, ma lo scherzo del sergente fu come una doccia fredda sui miei entusiasmi bellicosi. Rimasi alla roda e finii col mettermi a sedere all’ombra, a dispetto della tromba.

—Vadano pure—pensavo—tanto la strada la sanno anche loro. La toga cede alle armi. Lo so che i bianchi non fucileranno nessuno, ma potrei trovare qualche ufficiale dei loro che mi domandasse che cosa c’entro io. Che potrei rispondere? O una sciocchezza o star zitto. Dunque vadano pure.—Ma degli entusiasmi passati m’era però in fondo rimasto almeno il disprezzo della morte, poichè accesi un sigaro della Regia.

Così disteso, colla testa all’ombra ed i piedi al sole, seguivo tuttavia il procedere delle fucilate e, conoscendo bene i luoghi, capivo di dove venivano. Brontolavo:—Eccoli che scendono. Eccoli pel viottolo della Madonna del Bosco. Sono oramai alla casa!—Dopo un poco di silenzio sentii distintamente i fuochi di drappello. Era la catastrofe e tesi l’orecchio per sentire il grido dell’assalto, il Savoia decisivo. Squillarono invece le prime note della fanfara reale: la manovra era finita.

Allora mi agghiacciai affatto, proprio come se fosse calato il sipario. Da attore entusiasta diventai frigidissimo spettatore, borghesuccio indifferente, preso tutt’al più da un po’ di curiosità, ma pieno zeppo di belle idee e di magnifiche declamazioni contro la guerra, gli eserciti e tutto il resto. Avrei dato il genio di Napoleone per quello dell’inventore del cavaturaccioli, ed ora che scrivo mi pare proprio che non avessi torto, poichè il cavaturaccioli è una gran bella istituzione. Con questi sublimi pensieri mi tornò la paura della morte e gettai il sigaro, alzandomi dinoccolato per andare a vedere quel ch’era successo, come si va a vedere la foca o la donna grassa.