All'illustre e Venerato prosatore
e suo diletto genitore
questo segno d'onore
pegno d'amore
col cuore
Argia
dà
Padre diletto,
Sbolenfi Pietro,
Al tuo cospetto
Vinta m'arretro,
Perchè sei degno
D'aver un regno.
Ma poichè il regno ti negò la sorte
E giaci oppresso dall'immonda rana,
Col tuo bel libro sfiderai la morte,
Il bel libro cui feci io da mammana,
Il bel libro che può dirsi un portento,
Da cui speriamo alfine il nutrimento.
E poichè il mondo,
Non ti fa onore
Vieni, giocondo
Mio genitore,
Che ad alta voce
Ti dò la croce!
[*] L'ottimo ed erudito Signor Pietro Sbolenfi, genitore della poetessa, aveva stampato un applaudito volume di ricordi bolognesi. La poetessa lo rimeritò della dedica fattale con questo segno d'onore.
L'APPARIZIONE
ROMANZA
Crudo ed avaro, nel suo castello
Viveva il Conte del Meloncello,[1]
Quindi nessuno ci volea ben.
Trattava i figli come serpenti,
E, dice un libro, che ai suoi serventi
Il pane e l'acqua ci dava appen.
Il primogenito di nome Augusto
Era un bel giovine, svelto e robusto,
Che l'ammiravano per la città.
Membro dei Reduci dalle Crociate,
Molte godevasi maccaronate
Coi Soci, e andavano di qua e di là.
Lo seppe il padre che, all'olmo andato,[2]
A sè un sicario tosto chiamato,
Mettere il figlio fece in prigion.
Cavar gli fece l'elmo e lo scudo
E in una torre lo mise nudo
Ed era, ahi vista! senza i calzon!
Ma il padre barbaro che una mattina
Privo di lampada stava in cantina
E, come al solito, tirava il vin,
(Ah, proteggeteci Angeli e Santi!)
Fetente e squallida si vide avanti
L'ombra terribile d'un cappuccin.