Quando furtivi, squallidi e randagi
Le poma guaste cercavamo e l'ossa
A piè de' monasteri e dei palagi,
Quando il verno crudel con la sua possa
Sotto il breve lenzuol ci costringeva
Come morti a gelar dentro la fossa,
Padre, la figlia tua non si doleva
Sotto il duro flagel della fortuna.
Io mi sentiva forte e non piangeva,
Ma poi chè, fior di gioventù, la bruna
Mia pubertà sbocciando, amor m'apprese,
Obliai le miserie ad una ad una.
Il gaudio della vita in cor mi scese
E nuovo e forte palpitò il desio
Nel petto ansante e nelle vene accese.
Ma tu, sorpreso del delirio mio,
Mi chiedevi talor—figlia, che hai?
Aprimi il core: il padre tuo son io!—
T'amo, Pietro Sbolenfi, e ben lo sai,
Tanto, che al dolce suon dei detti onesti
Non te lo apersi, ma lo spalancai.
—Mo, tananòn Mingheina!—allor dicesti—
Costei già sogna il matrimonio e i figli!
È tempo di vegliarla e di star desti!—
Mi sciorinasti allor cento consigli
Di virtù, di morale e di prudenza
Per agguerrirmi il cor contro ai perigli.
—Cara figlia—dicevi—abbi pazienza,
Sceglilo ricco e sceglilo maturo,
Che pigliarlo in bolletta è un'imprudenza.