Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri.
Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri. Assai diverso, in relazione con la diversa natura dei terreni e col modo con cui questi sono disposti, è il rilievo delle tre zone indicate.
Fig. 3ª. — Schizzo Orografico DELLE PREALPI GIULIE. Scala di 1:600.000
Quella montana è il territorio delle catene, lunghe ed uniformi, interrotte da poche valli trasversali, separate invece da notevoli depressioni longitudinali. In relazione con la forma delle pieghe e con la loro troncatura per azione degli agenti esterni (sul principio forse la stessa abrasione marina) sta infatti la disposizione dei terreni diversamente erodibili a striscie allungatissime da est ad ovest; alla scaglia ed alle arenarie ed alle marne eoceniche, come pure alle formazioni raibliane, corrispondono le aree più facilmente erodibili e in esse si svilupparono le valli e le selle, alla dolomia principale corrispondono le zone più resistenti alle azioni subaeree e in esse rimasero le creste e le cime. Queste nella regione sono singolarmente uniformi e livellate; supponendo di colmare completamente le valli si otterrebbe la superficie di un altipiano in nessun punto raggiungente i 2000 m., in nessuno scendente sotto i 1500, inclinato uniformemente verso sud. Ci rappresenta su per giù la regione quale si può imaginare sarebbe se su di essa non avessero esercitato negli ultimi tempi geologici il loro lento lavorio le acque correnti e gli altri agenti della degradazione ovvero quale essa fu realmente alla fine di un ciclo d'erosione sviluppatosi con un livello del mare (di base) 1500 metri più alto dell'attuale. Fra le masse in cui l'altipiano fu smembrato la più elevata è quella interna del Plauris (m. 1959), che trova la sua continuazione verso oriente nel Làvora (m. 1907) e poi, geologicamente, nel minore rilievo del M. Cuzzer (m. 1463) e finalmente nella catena del Chila (1421), del Guarda (m. 1760), la quale recinge superiormente la valle di Resia riattaccandosi al gruppo del Canin. In questa serie di monti, che le valli strette del Rio Nero (Cernipotok) e del Rio Barman dividono in tre parti diseguali, la più notevole ed anche la più complessa è quella più occidentale. Una serie di valli (Resartico, Serai, Campers, Lavaria, Varuzza) penetrano profondamente nella giogaia montuosa rendendo questa aspra ed irregolare specialmente nei versanti settentrionale ed occidentale. La giogaia stessa che, oltre il Plauris, presenta, notevoli, le cime del Jof Ungarina (1845 m.) e del Làvora (m. 1907), si riattacca per mezzo della forca di Campidello (m. 1462) — alla quale corrisponde un lembo di marne scagliose, che ad oriente collegandosi con gli altri di casera del Confine, Ungherina, della chiesetta di S. Antonio e ad occidente raccordandosi con la zona eocenica della valle di Uccea, segua uno dei più notevoli sinclinali delle prealpi Friulane — al monte Musi.
Costituisce questo una vera catena, notevole per l'uniformità della sua cresta che in nessun punto sale oltre i 1875 metri, mentre in parecchi supera i 1800 e non scende sotto i 1700 se non al passo di Tasajaur (1612) presso la sua estremità orientale, onde «da lungi, specialmente dalla pianura friulana, presenta propriamente l'aspetto di una vera e continuata muraglia. La quale poi per essere elevata in media un 200 metri più di quelle più meridionali del Ciampon e del Monte Maggiore, ma, in pari tempo, trovandosi di qualche chilometro più di esse lontana dall'occhio dell'osservatore, per effetto di prospettiva, pare non più alta di esse, fra le quali apparisce parete di congiunzione posta sull'istesso piano prospettico» (G. Marinelli). La continuazione occidentale del Musi va cercata nel Monte Ledis (m. 1055) dal dirupato fianco meridionale. La forcella di Ledis (m. 764), quella di Musi (m. 1012) alla testa della Venzonazza, la soglia di Tanamea (m. 853) fra il rio di Mea e la valle di Uccea, limitano verso nord la più meridionale delle catene montuose delle nostre prealpi, quella che corre diritta fra Tagliamento ed Isonzo per 35 chilometri, divisa in due parti disuguali dalla incisione del Torre, l'occidentale che culmina col Ciampon (m. 1716) e l'orientale che prende nome dalla punta di Montemaggiore (m. 1626) e dallo Stol (m. 1668). Queste due catene presentano caratteri assai differenti negli opposti versanti. A sud si hanno pendii assai erti e singolarmente uniformi; alla sommità si scorgono infatti le testate dei calcari dolomitici formare una specie di orlo alle catene, inferiormente invece estesi ricoprimenti di falda, qua e là interrotti dalle bianche righe dei solchi torrentizî, costituiscono chine erbose ad inclinazioni via via degradanti; più in basso si staccano le boscose colline formate dai terreni eocenici, che, per le pieghe-faglie accennate, qui rappresentano in certo modo l'imbasamento della serie triasica. Ben differenti sono i versanti settentrionali: meno ripidi ed assai irregolari già per la presenza delle formazioni selcifere e, in qualche caso, delle marne scagliose cretacee, subirono poi l'azione di piccoli ghiacciai, che lasciarono evidenti tracce del loro passaggio in depositi morenici (Val Moeda, Valle Pozzus, Rio del Sole, Pian di Tapou) ed in circhi. Questi pendii settentrionali sono ricchi di faggete e nella parte più elevata presentano, qua macchie isolate, là una zona continua di pini mughi. La cresta delle catene è sempre relativamente ristretta, ma non al punto che non riesca possibile percorrerla senza difficoltà per quasi tutta la sua estensione; è poi singolarmente uniforme, cioè piccoli sono i dislivelli fra le punte e le insellature intermedie. Nella catena del Ciampon, oltre alla cima suprema (m. 1716) è notevole il caratteristico cocuzzolo detto Cuel di Lanes (m. 1630). Nella catena Montemaggiore Stol, oltre alle cime che portano questi nomi, le quali pure poco bene si distaccano dalla linea uniforme della cresta, nessuna altra merita di essere menzionata; ricorderemo piuttosto che tutta la parte occidentale della catena prende il nome di Gran Monte.
Tav. II. La catena del Musi dalla valle di Resia (fot. di A. Malignani).