Corsi d'acqua prealpini.
Corsi d'acqua prealpini. E veniamo alla stazione acquatica superficiale della regione montana: della sotterranea parleremo trattando della fauna oscuricola. Fatta eccezione delle pozze e bassure giacenti alla periferia dei colli, ancora poco note, e delle raccolte d'acqua artificiali, che suppliscono alla scarsità delle sorgenti e dei pozzi, le acque superficiali sono tutte correnti. Le acque fredde e calcaree dei rapidi e sassosi corsi superiori offriranno certamente allo specialista una messe ricchissima d'invertebrati: là sono da studiarsi i tipici rappresentanti delle forme torrenziali: larve d'insetti, idracnidi, crostacei e turbellari. Le sorgenti montane poi albergano molluschi (Bythinia Lacheineri ed altre) gammaridi ed entomostraci; meritano poi speciale attenzione le uscite a giorno dei ruscelli delle caverne.
I corsi d'acqua della regione prealpina, eccettuati alcuni brevi affluenti di sinistra del Tagliamento, sono tutti affluenti di destra dell'Isonzo: quantunque siano alimentati da una ricca ed ampia superficie imbrifera, la infiltrazione li esaurisce ben presto quando entrano nella ghiaiosa pianura pedemontana, nella quale gli ampi alvei, normalmente asciutti per parecchi chilometri, dopo le piogge e gli acquazzoni montani sono caricati da enormi masse d'acqua torbida ed effimera. A tali condizioni è da attribuirsi non solo la mancanza o rarità dei pesci migranti che pur si trovano nell'Isonzo e ne' suoi affluenti di sinistra, ma anche la esclusione di molte specie puramente fluviatili, generalmente comuni nell'Italia settentrionale. Le specie di pesci si riducono a 13: Anguilla vulgaris (assai rara, è l'unica migratrice), Salmo fario, Tinca vulgaris, Barbus plebeius, Alburnus alborella, Squalius cavedanus, Phoxinus laevis, Chondrostoma Genei, Cobitis barbatula, C. taenia, Cottus gobio, Gobius fluviatilis, Carassius auratus acclimato qua e là negli stagni. Tutte queste specie si trovano negli affluenti di sinistra o nell'Isonzo stesso che complessivamente ne alberga 43, delle quali quindi appena il 30,2 per cento si trova nel bacino di destra Torre-Natisone. La forma fluviale della trota se non manca nelle parti basse, caratterizza però le parti più elevate dei bacini idrografici; anche il Phoxinus si spinge talora molto in alto si trova nelle sorgenti e ne' ruscelli montani e subalpini, come pure nel laghetto inferiore del monte Krn (m. 1383). Il barbo è invece più proprio delle parti meno elevate del corso del Natisone. Questi fatti accennano chiaramente alla legge ittiocorologica del von der Borne, già riscontrata per molti fiumi delle Alpi. Ma un fatto ben più importante è quello della stretta somiglianza che presenta la fauna ittiologica del bacino dell'Isonzo con l'attiguo della Sava. Se si prescinde dalle specie migranti dell'Adriatico e del Mar Nero, naturalmente diverse, e si considerano attentamente le altre, si trova che a molte specie proprie di un bacino corrispondono delle affinissime nell'altro, dello stesso genere. Tale è il caso di alcuni ciprinidi, che anzi dai moderni non si considerano più come specie distinte. Da tali fatti il Glowacki conclude che le due faune debbano avere un'origine comune: esclude in generale la possibilità di una migrazione e crede che l'affinità stretta delle due faune non possa spiegarsi se non in base ai risultati paleogeografici e paleontologici. Verso la metà dell'èra terziaria, l'Europa era un arcipelago di grandi e piccole isole separate da bracci di mare. Una parte dell'ittiofauna d'acqua dolce di allora, proveniva da un'età più antica (cretaceo, eocene), un'altra invece apparve nel miocene e si distinse in una serie multiforme: nell'insieme la ittiofauna terziaria dell'Europa era essenzialmente simile all'attuale e i bracci di mare facilitarono la sua dispersione da isola a isola. Verso la fine del terziario si compì il lavoro delle forze che eressero la chiostra alpina, determinando la principale linea di spartiacque dell'Europa centrale e separando l'ittiofauna d'acqua dolce mediterranea da quella pontica, l'una e l'altra più antiche dei rispettivi bacini idrografici. A simili conclusioni si giunse con lo studio della fauna dei molluschi, dei quali molte specie comuni ai due versanti delle Alpi Orientali hanno una distribuzione più antica del corrugamento alpino.
Zona culminale.
Zona culminale. La zona superiore ai 1700 metri forma delle aree disgiunte comprendenti le parti cacuminali delle catene Plauris-Musi-Tasajaur; Gran Monte-M. Maggiore; M. Ciampon; M. Matajur. Questa zona culminale è fitogeograficamente distinta dai pini mughi, dai rododendri e dai ginepri nani, corrisponde cioè alla regione botanica degli arbusti alpini o «subalpina», dove si fa già sentire l'influenza del clima delle zone elevate. Il livello infatti delle massime condensazioni rimane certo al di sotto delle zone culminali, dove appaiono i consorzî di xerofite. La siccità delle parti elevate dei monti, per la quale (congiunta alle oscillazioni termiche) queste presentano riscontri con la steppa, è un fattore geobiologico tutt'altro che trascurabile; diminuzione rapida delle precipitazioni oltre una certa altezza, diminuzione della pressione atmosferica, diminuzione della temperatura, variabile con lo stato igrometrico e la nebulosità, aumento delle differenze termiche fra il giorno e la notte, fra i luoghi a bacío e a solatío: tali i caratteri del clima culminale, i quali si estrinsecano nella fisionomia spiccata della fauna, che per certi riguardi richiama quella polare, per altri quella insulare: ma l'azione singola dei detti fattori climatici sugli animali, complicata dalle condizioni di alimentazione e da quelle topografiche fisiche e chimiche del suolo, è quasi del tutto sconosciuta per la difficoltà o l'impossibilità di studiarne separatamente gli effetti. Nelle parti cacuminali può vivere l'ovovivipara Salamandra atra; priva di ogni legame con le raccolte d'acqua ove si sviluppano i suoi affini, s'incontra nei giorni piovosi qua e là sulle creste, verso i 1800 metri. Nelle pozze dovute a qualche sorgente o all'arte s'incontrano il tritone alpestre e l'ululone, il quale ultimo con la Rana muta rappresenta in questa zona gli anfibi anuri. L'avifauna, secondo le particolari informazioni favoritemi dal distinto ornitologo signor G. Vallon, annovera: Gyps fulvus (raro), Aquila crysaëtos (rara), Pyrrhocorax alpinus, P. graculus, Corvus corax, Tichodroma muraria, Accentor alpinus, Merula torquata, Anthus aquaticus, A. pratensis, Montifringilla nivalis, Lagopus alpinus (quasi completamente candido d'inverno), Perdix saxatilis. Queste specie sono sedentarie per il Friuli; ma relativamente alla zona cacuminale non tutte, nè in tutti gl'inverni. Così alla fine d'ottobre del 1908 mi consta che un grifone (Gyps fulvus) fu catturato in basso, a Torreano di Cividale; il corvo e la ticodroma citati scendono anche molto in basso negl'inverni rigidi; i due gallinacei si abbassano negl'inverni nevosi; i due Anthus vanno in gran numero a svernare nella regione litoranea. Le specie estive della zona superiore ai mille metri sono, secondo il Vallon, Cypselus melba, Hirundo rupestris, Ruticilla titis, Pratincola rubetra, Saxicola Oenanthe, Linaria rufescens, Pyrrhula europaea, Eudromias morinellus.
Tra i mammiferi d'alta montagna è accertata la presenza del camoscio Rupicapra europaea, del capriolo, Cervus capreolus, della lepre alpina, Lepus variabilis, dell'ermellino Foetorius Erminea: i due ultimi presentano il cosidetto albinismo di stagione.
Pochissimo conosciuti sono invece gli artropodi delle zone elevate, mentre meriterebbero serio studio per la grande quantità di questioni biologiche e geografiche che essi presentano. Le farfalle, perchè facilmente richiamano anche l'attenzione dei profani, sono particolarmente raccomandabili agli alpinisti ed ai dilettanti: esistono forme a colori scuri (melanotiche) tra i nostri lepidotteri d'alta montagna? P. es. la fauna dei Pirenei, secondo Harcourt-Bath, è priva di forme melanotiche, mentre in altre montagne europee sono state segnalate interessanti varietà dai colori scuri. Le tinte scure degli insetti d'alta montagna non sembrano costituire quella regola generale che Heer ammetteva: così i rincoti (Gerris) dei nostri laghetti e delle pozze d'alta montagna hanno tinte relativamente chiare, mentre i colori scuri si riscontrano frequentemente nei coleotteri.
Anche i molluschi terrestri delle cime prealpine sono poco conosciuti; il Pirona però ha segnalato, come propria delle elevate cime calcaree, la Helix (Campylaea) phalerata Ziegl., la quale specie, certamente non artica, secondo la verosimile spiegazione del Kobelt, deve considerarsi come uno di quei relitti glaciali che, derivati da specie preesistenti adattatesi al freddo, seguirono poi il regresso dei ghiacciai, sopravvivendo nelle nostre disgiunte aree culminali al definitivo mutamento climatico.
Le caverne e le acque freatiche.
Le caverne e le acque freatiche. Un cenno a parte, come ben distinta è la natura dell'ambiente, deve farsi della fauna oscuricola, cioè delle caverne e delle acque freatiche: in queste ultime è notevole un crostaceo cieco, Niphargus dolenianensis, del pozzo co: Trento di Dolegnano, recentemente trovato anche nel Covolo della Guerra (Euganei)[70]. Crostacei ciechi (troglobii) si trovano anche nelle numerose caverne delle Prealpi Giulie: alcuni, molto piccoli, del gruppo degli oniscidi, appartengono certamente al genere Trichoniscus e si trovano nelle grotte di Villanova, Robie, Ciastita e Clenia. La specie acquatica più interessante è quella descritta dal dottor G. Feruglio, e dall'Alzona prima e dal Racovitza poi, riferita al genere Monolistra. Sono poi di grande importanza le scoperte malacologiche fatte dal dott. Pollonera nelle posature (in friulano menadizzis) del Natisone; Zospeum isselianum, Z. Tellinii, Z. venetum, Z. lyratum, provengono indubbiamente dagli scoli delle grotte dell'alta valle del Natisone: tale genere di molluschi veniva, su materiale friulano, per la prima volta segnalato in Italia; anche la Paulia? Tellinii, interessante conchiglietta descritta dal Pollonera, tra quelle raccolte dal Tellini nelle posature del Natisone, deve provenire da caverne che hanno sbocco nella valle. Cinque specie di aracnidi furono segnalate nelle nostre grotte: in quella delle Agane (Prestento): Meta Merianae, M. Menardi che con Pholcus phalangioides si trova anche nella grotta di S. Giovanni d'Antro; Tegenaria campestris e Nesticus cellulanus nella cavità del M. Roba presso S. Pietro al Natisone; a queste aggiungasi Pholcus opilionoides della grotta di Villanova, determinato dal mio Maestro Giovanni Canestrini: occorre ricercare le specie scolorate e cieche, molto modificate, che numerose nella vicina Carniola, dovrebbero essere bene rappresentate anche nelle nostre grotte. Ospiti accidentali o abituali delle caverne sono alcune specie di chirotteri, sovente aggrediti da un parassita (Nycteribia), moltissime di insetti (ditteri, stafilini); sono costanti due specie di ortotteri: Troglophilus cavicola e Tr. neglectus, che trovansi anche nelle caverne del Carso, ove sostituiscono le dolicopode dell'Europa occidentale. Ma non sarebbe il caso di istituire confronti per ricercare i caratteri della nostra fauna cavernicola, sia rispetto a quella superficiale della regione, sia a quella del Carso e della Francia, che sono le più studiate del continente europeo. La contiguità geografica e la comunanza della storia geologica facevano a priori pensare all'affinità della fauna delle nostre grotte con quella, assai ricca, del vicino Carso. Di tale affinità si hanno già alcuni importanti indizii; ma i dati raccolti sono ancora troppo pochi, e non consentono alcuna sintesi. Conosciute le condizioni topografiche e fisiche delle nostre grotte, può ora inoltrarsi in esse lo specialista, cui attendono certamente molte gradite sorprese. E queste non mancheranno neppure a coloro che vorranno dedicarsi ad una metodica esplorazione della fauna superficiale, per una compiuta illustrazione zoogeografica di queste prealpi.