Domenico Bon nel 1595 calcolava che tra città e territorio gli abitanti fossero 14000, dei quali appena 2700 nella «Schiavonia». Alvise Marcello in una sua prima relazione del 1592 scrisse che nella città grande di circuito si trovavano non più di 2800 anime, pochissimi negozi e molta miseria; e in una seconda relazione del 1599 ne assegnava 12,000 a tutto il territorio, dei quali 3400 appartenenti alla Schiavonia, comprendente 100 villaggi e ricca, come oggi, di bestiame, latticini, formaggi, castagne, frutta, noci. Francesco Boldù nel 1602 ci dà 3000 ab. per la città e 11000 pel territorio. Tre anni dopo Tomaso Lipomano riportava a 12000 quelli del territorio; ma nel 1607 Francesco Valier, in base all'ultima descrittione, li riduceva a 8000, 3000 essendo quelli della città; e Lorenzo Longo nel 1609 a 7000! Quest'ultimo si dice stupefatto di vedere che «sendo il territorio amplissimo et fertilissimo di biave, vini et pascoli, siano quei contadini et per numero si pochi et per povertà si miserabili che si posson dire la miseria stessa»; e anch'egli ne attribuisce la colpa alle estorsioni esercitate dai padroni, oltrecchè al malo modo con cui era amministrata la giustizia civile e penale, per cui intere famiglie erano costrette ad emigrare trasferendosi nei luoghi soggetti agli arciduchi d'Austria. Tutti i provveditori poi sono unanimi nel deplorare le continue discordie tra popolani e nobili in Cividale città, causa anche questa non ultima della poca floridezza economica della stessa.

Senonchè già un anno dopo del Longo, Andrea Pisani faceva risalire a 4000 gli abitanti di essa e ad 11,000 quelli del territorio; e nel 1615 Giovanni Soranzo ci dava rispettivamente le cifre di 4000 e 16,000. Esse rappresentano un considerevole aumento sulle precedenti; tutte però, qualunque valore possano avere, date le oscillazioni e contraddizioni che presentano, sono sempre basse e indicano che la popolazione dei nostri paesi non andava affatto aumentando, se pure non era in diminuzione. Il Pisani, il Querini, il Soranzo affermano come una delle principali cause della decadenza del Cividalese in quest'epoca fosse stata la chiusura per parte del Governo della Serenissima della strada del Pulfero al commercio del ferro che già scendeva di qui dalla Carinzia proseguendo fino a Marano e quindi per mare fino a Venezia. In città erano stati già 2000 operai addetti alla lavorazione di detto minerale e molte botteghe; i carri adibiti al trasporto di esso, facendo poi ritorno in Carinzia, vi esportavano il nostro vino che in seguito rimase invenduto e vennero a mancare i lauti dazi di confine, come vennero a mancare i guadagni di molti campagnoli che in detto commercio trovavano occupazione coi loro carri ed animali. La Repubblica chiuse la strada del Pulfero perchè vi si esercitava il contrabbando, sostituendo ad essa quella della Pontebba, che per Venzone e Gemona conduceva a Portogruaro. Cividale non risorse più, mentre assai guadagnò e crebbe rapidamente di case e di popolazione Gorizia, dopo che gli Austriaci, cogliendo il destro che loro si offriva, resero ruotabile la strada di Caporetto, Ronzina per Gorizia e S. Giovanni di Duino; strada per la quale cominciò presto a discendere anche il ferro di Carinzia ed a risalire il vino del contado goriziano, sostituendosi a quello del cividalese. I Provveditori furono unanimi nel reclamare dalla Serenissima, allo scopo di togliere il malessere economico onde era travagliato il territorio, il ripristino del commercio del ferro per la via del Pulfero, chiusa del resto inutilmente in quanto che il contrabbando, che aveva fornito il pretesto al divieto, veniva egualmente esercitato per la nuova via di Gorizia[80].

Il numero di abitanti nel 1766.

Il numero di abitanti nel 1766. Per le altre parti della zona da noi considerata troviamo notizie nelle relazioni dei Luogotenenti della Patria; senonchè i dati statistici in esse contenuti, che vanno dalle dianzi ricordate cifre del 1548 e 1557 fino al 1626, non riguardano speciali luoghi, ma sempre si riferiscono più o meno all'intera provincia. Notizie particolareggiate sicure si cominciano ad avere appena nel 1766, quando la Serenissima compilò per la prima volta le anagrafi di tutti i suoi dominî[81].

Ma quella più antica regolare e metodica numerazione aveva a base le parrocchie di allora a cui non sempre corrispondono le odierne. Ve n'è parecchie che nel 1766 non esistevano, istituite in séguito per frazionamento delle già esistenti; esempi: Billerio, Magnano, Sedilis, Portis, Segnacco, S. Maria di Rosazzo; altre si estendevano oltre gli attuali confini politici del Regno a paesi che più tardi vennero aggregati alla diocesi di Gorizia: così Nimis comprendeva Bergogna; Attimis Long; Prepotto Collobrida, Mernicco, Scriò, Vercoglia, Sinicco: viceversa parecchie cappellanie, dipendenti da parrocchie d'oltre confine, oggi fanno parte di parrocchie site di qua del medesimo; esempi: Mediuzza, già sotto Chiopris austriaco ora sotto S. Giovanni di Manzano; S. Andrat, Vicinale e Villanova, già sotto Brazzano, ora le due prime passate a Corno di Rosazzo, l'ultima a S. Giovanni di Manzano. Inoltre non sempre le parrocchie sono comprese entro i confini amministrativi di un solo distretto, esempi: Attimis e Nimis che sono in parte sotto Cividale e in parte sotto Tarcento; Artegna sotto Tarcento e Gemona: anzi talune volte invadono i territori di distretti che escono dalla stessa zona da noi considerata; esempi: S. Giovanni di Manzano che con Manzinello; S. Margherita di Gruagno con Ceresetto e Torreano; Cicconicco con Plasencis penetrano in quel di Udine: Cavazzo Carnico che in parte è sotto Tolmezzo e in parte con Bordano e Interneppo sotto Gemona. Si badi che le anagrafi della Repubblica veneta non dànno la popolazione distinta per villaggi e comuni o cappellanie, che è lo stesso, ma raggruppati per parrocchie e si comprenderà la difficoltà di stabilire quanta parte di essa fosse in ciascuno dei territori corrispondenti agli odierni distretti[82]. Ciò io ho cercato di fare con una serie di trasposizioni, sottrazioni ed aggiunte, applicando alle singole cifre riduzioni corrispondenti all'aumento percentuale della popolazione dal 1766 ad oggi nei vari luoghi, lavoro che mi diede i seguenti risultati:

DISTRETTI Popolazione nel 1766 Popolazione nel 1901
Cividale 25,995 44,745
S. Pietro al Natisone 9,645 15,699
Tarcento 13,044 33,653
Gemona 14,638 35,374
S. Daniele 19,599 38,452
TOTALE 82,921 167,923

L'aumento complessivo fino ai nostri giorni (ultimo censimento) fu di 102,36%, ossia di 0,75% l'anno: massimo nel distretto di Tarcento (157,99%), minimo in quello di S. Pietro (62,66%). Che se badiamo alla popolazione delle singole parrocchie, troviamo spesso dati addirittura sorprendenti. Così, per citare alcuni esempi, quella di S. Lorenzo di Buia da 2700 è salita a 10,000; Venzone-Portis da 1339 a 5305; Susans da 844 a 3144; Cassacco da 880 a 3226; tutte con popolazione quasi quadruplicata. Sembra poi incomprensibile come la parrocchia dei SS. Gervasio e Protasio di Nimis da 991 sia aumentata a 8574, secondo il computo ecclesiastico del 1907, pur comprendendo in passato oltre le attuali cappellanie, quelle di S. Elena di Grivò, ora sotto Faedis, e di Bergogna, ora parrocchia austriaca a sè[83].

L'aumento della popolazione nell'ultimo secolo.

L'aumento della popolazione nell'ultimo secolo. Nel 1802 il governo austriaco compilava anch'esso un computo anagrafico redatto col precedente sistema veneto: ma la popolazione vi è raggruppata per giurisdizioni feudali non coincidenti con alcuna circoscrizione o ecclesiastica o amministrativa d'altra specie. A Cividale città vi sono attribuiti appena 2846 abitanti; 5890 alla convalle d'Antro, 6187 a quella di Merso, compresi i villaggi dell'odierno comune di Luicco che ne contava 600; complessivamente ab. 11477 entro i confini dell'attuale distretto di S. Pietro. Altri 1938 ab. formavano la popolazione del distretto dei Roiali comprendente gli odierni comuni di Torreano e Prestento; e 1318 il distretto del Bassopiano. Quanto ai centri maggiori, Gemona coi borghi contava ab. 4685; S. Daniele e borghi 635, Artegna 2013, Tarcento 1982, Tricesimo 832, S. Pietro al Natisone, detto allora degli Schiavi, 258[84].

Durante il breve periodo napoleonico (1806-1814) la nostra regione faceva parte del Dipartimento di Passeriano, diviso in Cantoni, dei quali Cividale, S. Pietro degli Slavi e Faedis costituivano il distretto del Natisone; Gemona, Tricesimo e S. Daniele facevano parte di quello di Udine. Essi nel 1810 avevano la seguente popolazione: