Fig. 23ª. — Castelli di Zucco e Cuccagna (Faedis).

Da questa vasta azione della chiesa aquilejese trae le sue origini, in gran parte, la fitta rete di rapporti feudali che copre durante tutto il M. E. ed anche nei tempi posteriori la nostra regione. Il sistema beneficiario che la chiesa adoperava già per le necessità interne della sua amministrazione, si estende a sostenere tutti i servizî d'indole pubblica che essa deve organizzare nei vasti territorî a lei sottoposti. Dall'obbligo dei castellani di militare a cavallo nelle soldatesche patriarcali, a quello degli habitatores di difender le mura di un borgo o un vallo incastellato, dall'amministrazione della giustizia alla riscossione delle imposte, dal trasporto delle derrate del principe all'obbligo di prestare i materiali per il riatto delle vie e delle mura pubbliche, tutto ciò si organizza col sistema benefiziario su cui si innesta la fedeltà vassallatica: si concedono terre e redditi coll'obbligo di prestare al Signore fedeltà e servigî determinati. Così accanto agli ultimi resti dell'aristocrazia longobarda e dei militi carolingî, a lato della riottosa feudalità imperiale del Conte friulano, s'allinea la caterva di feudali della chiesa aquilejese, derivanti in gran parte da antichi dipendenti che abitavano nei dominî della chiesa stessa, oppure dalla familia dei vari Patriarchi. Questi feudali, quasi tutti d'origine non libera, costituiscono il nerbo dello stato che i Patriarchi andavano, a poco a poco, costituendo.

Questi fatti ebbero grande importanza per l'avvenire, dacchè la potenza della chiesa aquilejese ne crebbe a dismisura. Ciò si vide in particolar modo quando venne al Patriarcato l'energico Popone appartenente alla potente dinastia stiriana di Traungau. Nei ventisei anni (1019-1045) in cui questi ebbe la sedia Aquilejese, non solo ottenne col mezzo dell'Imperatore Corrado II di cui fu famigliare e fra i principali ministri, di fissar meglio le immunità del grande possesso della sua Chiesa di fronte al Duca di Carinzia e Marchese di Verona, e di vincere la lunga lotta di supremazia contro Grado, ma cercò poi di rassodare il suo potere col restaurare Aquileja e di ristabilire le vie commerciali che dalla Germania, attraverso il Friuli, mettevano al mare. A tal fine dotò riccamente i canonici Aquilejesi e li interessò al risorgimento commerciale di Aquileja concedendo loro parte del suolo dell'antica città per erigervi delle stationes ossia depositi di mercanti, ed altrettanto fece per il porto marino di Pilo a cui faceva capo il commercio aquilejese. Ad ambedue questi scopi, commerciale cioè e di supremazia religiosa, si deve probabilmente il suo tentativo di annientare addirittura Grado con una violenta incursione nella isoletta adriatica.

Questo risorgere del commercio, non potè a meno di esser legato al ristabilimento delle vie che attraverso i passi delle Alpi conducevano al mare: dovette quindi, da quel punto, cominciare per le città e per le borgate friulane situate su quelle: Venzone, Gemona, Udine e, naturalmente, anche per Cividale una nuova vita, e rompersi il cerchio di ferro che aveva cinto il Friuli durante tutto il periodo che comincia dalle prime incursioni ungariche e va fino al principio del secolo XI. Anche le arti dovettero riprendervi vigore e come si vede da ciò che ci rimane del duomo poponico in Aquileja, queste arti subirono l'influsso veneto-orientale e non, come si sarebbe potuto credere, quello germanico. Le pitture aquilejesi arieggiano infatti (e di molto) i mosaici ravennati e veneziani. Questo si rannoda benissimo col risorgere del commercio per le vie friulane, che doveva portare fra noi l'influenza dei paesi dove, proprio in quei tempi, l'arte aveva un rigoglioso risveglio. Il rinvenimento di un denaro di Popone in Polonia, avvenuto qualche anno fa, ci permette appunto di constatare con certezza come le carovane dei mercanti provenienti, attraverso la penisola, dall'oriente attraversassero il Friuli: il tesoretto con tutta probabilità pertinente ad un mercante, contiene infatti non solo monete di zecche polacche, tedesche e boeme, ma anche lucchesi ed arabe, ed, insieme a queste, il prezioso esemplare del denaro di Popone cui allora allora Corrado II aveva concesso il diritto di batter moneta[301].

Mercè l'attiva politica poponica la Chiesa Aquilejese era divenuta così l'effettiva padrona del Friuli, al cui conte restava soltanto la porzione, abbastanza limitata, del territorio in mano di suoi vassalli e di arimanni, mentre nella stessa Cividale una buona parte doveva appartenere al Patriarca come la porta di S. Pietro, tutto il terreno e le case pertinenti al Monastero di S. Maria in Valle e allo Xenodochio di S. Giovanni, che eran proprietà del Patriarca senza contare le vaste case patriarcali. Agli Imperatori quindi, fu di sommo interesse il mantenere il Patriarcato in mani lor fedeli. La elezione patriarcale, nelle mani dei canonici aquilejesi, cadde da quel giorno, sino al secolo XIII, sempre su tedeschi: ciò dipese probabilmente dalla originaria composizione poponica del Capitolo che lo legò strettamente alla politica imperiale.

Fig. 24ª. — Castello di Partistagno.

I Patriarchi appartennero quasi sempre a potentissime famiglie; basterà ricordare fra essi Gotepoldo, zio dell'Imperatore Enrico III. Il motivo di questo interesse imperiale per la sedia aquilejese stava certamente nella necessità d'assicurarsi i passi delle Alpi: tale necessità divenne anche maggiore per Enrico IV quando gli si schierarono di contro i duchi di Svevia, di Baviera e di Carinzia, marchesi di Verona oltre a molti vescovi tedeschi e Gregorio VII, appoggiato alla potente casa di Canossa di cui Matilde era l'ultima rappresentante, gli oppose una formidabile resistenza dalla Toscana sino a Mantova. Di questa condizione di cose è frutto il diploma dato a Pavia il 3 aprile 1077 in cui Enrico IV concedè al suo fedelissimo Patriarca Sigeardo dei conti di Plaien, la contea del Friuli colle prerogative ducali e ciò, si noti, pochi giorni dopo che la dieta di Forcheim a cui aveva preso parte anche il duca di Carinzia, Bertoldo, aveva dichiarato deposto Enrico, e aveva nominato Rodolfo di Svevia quale anti-re. Nel maggio l'Imperatore fece ritorno in Germania, attraversò il Friuli, perchè il duca di Carinzia da lui destituito gli aveva chiusi tutti gli altri passi delle Alpi.