Fig. 22ª. — S. Giovanni d'Antro.

A questa famiglia il Friuli doveva molta gloria, ma pure anche grandissime sventure. Dopo il breve reggimento di Unroco, il maggior figlio di Eberardo, successe Berengario che dall'874 all'888 fu Marchese-Duca friulano e, dopo la morte di Carlo il Grosso e l'estinzione dei legittimi carolingî divenne re e quindi imperatore. Il Friuli e la contea di Verona fornirono costantemente il nucleo dei fedeli a Berengario che di qui partì in guerra, considerato come re difensore dell'elemento italiano avverso ai franchi, contro a Guido di Spoleto, qui si rifugiò quando questi col denaro e colla corruzione riuscì a superarlo, e di qui partì poi nell'897 dopo la morte di Guido e dell'imperatore Arnolfo per cingere la corona imperiale. Ma se queste terre gli furono costantemente fedeli, pure egli non seppe difenderle quando nell'899 calarono i ferocissimi ungari, mettendo a ferro e fuoco il paese. Le incursioni ungariche si rinnovellarono poi nel 904, nel 923 e nel 942; fin dove giungessero, quali borghi distruggessero non ci è dato sapere. Dai diplomi degli Ottoni parrebbe che le devastazioni maggiori fossero da loro compiute lungo la così detta Strad'alta: Vastata Hungarorum nel basso Friuli, ma certo anche la parte alta dovette sentirne gravissimi danni: il commercio che era andato rifiorendo fu tronco, la maggior parte dei vassalli imperiali, che quantunque d'origine straniera s'erano ormai quasi confusi coi nativi, fu uccisa, la luce di cultura e di gentilezza che si era accesa in Friuli fin dall'ultimo secolo del regno longobardo e s'era mantenuta fin a questo tempo spenta, tutto questo fu conseguenza delle orribili devastazioni ungariche per le quali il Friuli perdette d'un tratto il posto eminente che aveva acquistato in Italia e cadde in una tale oscurità che a mala pena se ne conoscono le vicende durante il secolo che seguì.

La decadenza del Friuli. I feudatarî tedeschi.

La decadenza del Friuli. I feudatarî tedeschi. Tutto bisognava ricominciare da capo: erigere fortilizii, ripopolare di difensori le mura, restituire ai campi i loro coltivatori. In queste condizioni non ci dobbiamo meravigliare se il Friuli perdette, in certo modo, la propria individualità e se ci troviamo dinanzi a due fatti di grande importanza per la nostra storia: l'assoggettamento del paese, divenuto semplice contea, alla Marca di Verona, forse già col regno di Berengario II[300], l'abbiatico dell'imperatore friulano, e il rapidissimo ingrandirsi della potenza secolare della chiesa aquilejese.

Il primo fatto acquista un peso anche maggiore quando si pensi che la Marca veronese fu poi dagli Ottoni resa dipendente, insieme alla Carinzia, del ducato di Baviera, e dopo il 976, del ducato Carinzia. Si inferì da questo fatto che tali paesi d'Italia, ossia l'antica «Austria» longobarda, venissero in tal modo staccati dal regno italico e congiunti colla Germania, però la supposizione non è attendibile, perchè mai troviamo i nostri nobili frequentare i giudizî d'oltr'alpe e i documenti, e le stesse infeudazioni parlano sempre di paesi situati «nel regno italico». Si tratta dunque di unione personale, meditata dagli imperatori sassoni allo scopo di tener maggiormente soggetta la parte d'Italia che era stata culla della dinastia nazionale dei Berengarii ed aveva mostrato maggiori velleità d'indipendenza ed assicurare così la propria discesa nella penisola in ogni occasione. Convien però anche confessare che gravi e durature furono le conseguenze di quest'unione perchè per essa molte grandi famiglie d'oltr'alpe ottennero possessi allodiali, feudi e diritti in Friuli, beni che essendo posseduti da feudatarî dipendenti dal duca di Carinzia o anche diretti dell'Impero, costituirono, anche quando il Friuli riebbe, coi Patriarchi, la sua piena indipendenza, dei territorî separati, delle vere isole politiche e giurisdizionali che pur essendo teoricamente comprese nel regno italico, in pratica erano appendici del regno germanico e lo furono purtroppo per sempre alcuni, altri per molto tempo. Così Pordenone, Cordenons, e la bassa valle del Fella (Venzone) appartenenti prima agli Eppenstein, poi agli Ottocari, infine agli Habsburg. Così Salcano e Gorizia prima forse degli Eppenstein e poscia dei Peilstein ed infine dei Conti di Gorizia che da costoro li ricevettero in feudo insieme all'avvocazia della chiesa d'Aquileja, di Cividale e di Udine; così Tarcento dei Machland-Perg e poi degli Hohenzollern; così Madrisio dei Treven e poscia dei Lechsemunde; così Attimis ed altri castelli e terre senza contare numerosi possessi di monasteri tedeschi. Si formò così all'oriente quella Contea di Gorizia che, nell'esteriorità politico-amministrativa, doveva rompere irrimediabilmente l'unità friulana, e ristretta dapprima alla sinistra dell'Isonzo, doveva poi estendersi anche sulla destra.

Oltre a questa, altre conseguenze scaturirono probabilmente da quell'unione: ad essa son dovute certo in buona parte le origini di parecchie fra le nostre famiglie feudali: i liberi in particolar modo come, per il territorio fra l'Isonzo e il Tagliamento, i di Castello (Tarcento-Frangipane), Villalta, Caporiacco, ed anche alcuni fra i ministeriali, come gli Spilimbergo, i Ragogna, i visconti di Mels, i Prampero ed altri. Pochi, di certo, sono fra i nostri quelli che rimontino ad anteriori età: soli, per i quali si può supporlo, con qualche fondamento, sono i Savorgnan. D'altronde questa origine post-ottoniana dei nobili friulani si accorda benissimo colla strage degli antichi militi carolingi che sappiamo esser avvenuta nelle battaglie ungariche e nelle lunghe ed atroci dissensioni dell'epoca dei Re d'Italia. Oltre a ciò a quest'epoca si deve probabilmente l'introduzione da parte dei feudatari stranieri di un certo numero di slavi che furono destinati a ripopolare alcuni paesi della pianura e del pedemonte friulano devastati dalla guerra. Il riferimento a quest'epoca riesce certo quando si osservi che tali paesi sono disseminati precisamente intorno alla strada detta ungaresca, come Grorizzo e Gorizzizzo, Virco, Sclaunicco, S. Maria di Sclaunicco ecc.

Il dominio della chiesa di Aquileja.

Il dominio della chiesa di Aquileja. Di fronte a questo fatto ed alle sue conseguenze, sta l'altro che si può, per certi rispetti, considerare il suo contrapposto, l'ingrandirsi cioè della chiesa Aquilejese come potenza politica.

Dopo la discesa degli ungari, la desolazione che questi avevano recata, l'uccisione dei feudatarî principali, lo sparire del marchese friulano e la sua sostituzione con un semplice conte il cui territorio fu molto ristretto, certamente la Chiesa Aquilejese aveva forte preponderanza in Friuli, arricchita come si era per lungo decorso di anni con le donazioni degli Imperatori, dei Marchesi e dei maggiorenti friulani. A lei quindi, come accadde per le altre chiese vescovili, e per le badie nel resto dell'Italia settentrionale, venne il carico di riorganizzare la difesa del paese in tutti i vasti territorî che le spettavano, ed essa profittò della circostanza per riedificare molti villaggi e distretti i cui signori eran periti; gl'Imperatori ed i Re favorirono questo compito della chiesa, concedendole territorî e luoghi importanti per la lor posizione e munizioni interessanti. Dal 900 in poi s'incontrano di frequente tali concessioni. Così la chiesa ebbe (904) la porta di S. Pietro di Cividale, (900 e 931) il fiume Natissa col placito di Ampliano, (964) il castello di Incisas sopra Cormons, (967) il castello di Farra e il territorio fra la Livenza e la strada di Ungari e il fiume delle due sorelle, (983) i castelli di Udine, Buia, Fagagna e Brazzano, (1001) la metà del territorio di Gorizia. Che buona parte dei paesi distrutti dagli Ungari sia stata riedificata dalla chiesa d'Aquileja lo dice il diploma di Ottone III del 1001 al Patriarca Giovanni in cui concede alla Chiesa stessa la giurisdizione delle ville riedificate da questa nei proprî beni ed in quelli dei boni homines morti senza eredi post Hungarorum nefandam devastationem, e del terreno d'intorno nel raggio di un miglio.