Fig. 21ª. — Porta Broxana, Cividale.
L'influenza possente della romanità aveva conquisi questi barbari negli ultimi decennî del regno longobardo. La conquista dell'esarcato, l'affluire degli artisti di questo alla corte regia, l'aumentare della cultura, son tutti fatti che si collegano col crescer d'importanza degli elementi romani; anche in Friuli questa trasformazione avvenne rapidamente e non vi fu estraneo lo spirito dei due ultimi Re friulani, di cui uno, Ratchis, fu persino sospetto ai più severi longobardi per la sua simpatia verso il romanesimo. Sorsero nella capitale edifizî adornati in modo che risentiva del gusto ravennate. L'ara che Ratchis, non ancor divenuto Re, dedicò al suo illustre genitore Pemmone risente delle rudi forme barbariche[295], ma il battistero di Sigualdo svela influenze ben diverse e se la cappella del palazzo regio divenuto poi proprietà del Monastero di S. Maria in Valle si deve attribuire, come sembra, a quest'epoca, che fu la più splendida per Cividale, in essa le tracce dell'arte ravennate sono ancóra maggiori. Le grandi famiglie friulane dedicarono i lor patrimoni alle dotazioni di ricchi monasteri come Salto e Sesto; uomini di lettere insigni come Paolo Diacono[296], Paolino grammatico, indi Patriarca, resero celebre il nome friulano in tutta l'Europa. Un fremito di cultura e di grandezza aveva pervaso in questo tempo la regione che, forte nell'armi più d'ogni altra dell'Italia settentrionale, patria di uomini veramente insigni, avrebbe potuto esercitare un efficace predominio sui destini dell'Italia se le solite discordie e l'indisciplina caratteristica nella gente longobarda, insieme alle armi dei franchi, non avessero tratto a ruina il regno nazionale di Desiderio.
Se dobbiamo ascoltare la tradizione trasmessa da un continuatore di Paolo Diacono, Andrea di Bergamo, l'esercito friulano insieme al vicentino, e al trevisano avrebbe dato battaglia ai franchi, già vittoriosi a Pavia ed a Verona, al ponte della Livenza e li avrebbe rotti, ma poi per le callide arti di alcuni grandi che erano stati corrotti da Carlo magno, la resistenza sarebbe stata troncata e il duca friulano Rotgaudo avrebbe piegato alla nuova signoria. Ma Rotgaudo erasi sottomesso soltanto apparentemente: il fiero leone longobardo fremeva sotto la signoria dell'odiato franco e nell'inverno 775-76, cogliendo l'occasione che Carlo era impegnato coi sassoni, i friulani sotto la guida del loro duca, e di suo suocero Stabilino, forse un romano, divenuto duca di Treviso, levarono la bandiera della ribellione, cui parteciparono anche i duchi di Spoleto e di Benevento, e l'arcivescovo di Ravenna. Rotgaudo, come sembra, era destinato ad occupare il trono d'Italia. Carlo, cercò dividere i congiurati promettendo maggiore indipendenza ai duchi meridionali i quali, colla solita perfidia, se ne stettero colle mani in mano attendendo l'esito della lotta. Dove avvenisse la battaglia fra Rotgaudo e Carlo non è dato di sapere: forse al Brenta. Questa volta fu nemica la fortuna. L'esercito friulano fu rotto, e perì colle armi alla mano, insieme al fiore della nobiltà, il duca che solo fra tutti i longobardi, aveva osato sostenere l'indipendenza italiana contro i franchi. Fra i nomi degli uccisi è ricordato Waldando figlio di Mino di Lavariano. i due fratelli Ratgaudo e Felice di Cividale: fra i prigioni i cui beni, come quelli degli uccisi, furono, senza pietà, confiscati, è celebre Arechi il fratello di Paolo Diacono: altri fuggirono fra gli ávari od in Baviera come il nobilissimo Ajone che più tardi rientrò nelle grazie di Carlo ed ebbe da questi restituite le vaste possessioni in Friuli[297].
La dominazione franca. Berengario. Le invasioni degli Ungari.
La dominazione franca. Berengario. Le invasioni degli Ungari. Così, con la oppressione della nobiltà friulana, colla nomina di Paolino, friulano di nascita, ma fidatissimo a Carlo, a Patriarca aquileiese[298], colla imposizione di guarnigioni franche, di un duca franco al Friuli, e certo con la concessione di numerose terre date in benefizio a vassalli franchi, la dominazione carolingia era assicurata in Friuli.
Ma benchè la supremazia longobarda fosse finita e con essa la speranza di una stabile signoria nazionale, l'importanza del Friuli per la politica generale non fu per questo diminuita; anzi essa crebbe dacchè la nostra regione, affidata al valoroso Eric di Strasburgo divenuto conte della marca friulana (e detto anche duca) fu designata come il centro dell'espansione dell'impero franco verso oriente, e divenne il punto di partenza delle spedizioni carolingie contro gli ávari. Da questo momento deriva probabilmente la denominazione di Cividale, che fin allora era chiamata Forum Juli, come Civitas Austriae, ossia centro della regione più australe (orientale) del regno franco, denominazione che è affatto estranea al racconto di Paolo Diacono.
Nel 791 gli ávari discesero con la solita irruenza verso la Baviera e verso il Friuli; le due colonne furono affrontate e sconfitte l'una da Carlo stesso che lor mosse incontro da occidente, l'altra dal Re d'Italia Pipino che li respinse dal Friuli, penetrando nella Pannonia Inferiore. Quattro anni più tardi Erico, cui era stato affidato il comando delle tre contee del confine (Friuli, Istria, Treviso) sconfisse completamente gli ávari penetrando nella lor capitale, il Ring, le cui ricchezze furon tratte ad Aquisgrana. Finchè durò il suo governo, il Friuli fu centro d'un vasto territorio i cui confini si estendevano sino alla Drava. Anche l'amministrazione ecclesiastica aquilejese si estese di molto nei paesi nuovamente conquistati e i suoi confini vennero poi limitati, al tempo del Patriarca Orso successore di Paolino, al corso della Drava. Quando la dominazione carolingia fu stabilmente assicurata, anche l'antico commercio della Pannonia e del Norico col mare dovette risorgere, ed a questo suo rifiorire son coordinate probabilmente le intraprese commerciali della chiesa di Grado ed i privilegi che alle navi del Patriarca Fortunato concesse Carlomagno.
L'unità della marca friulana fu in questi tempi più volte rotta e poi ricomposta per necessità di difesa[299]. La tenne intera probabilmente Eberardo, discendente da potente ceppo franco della Mosa e marito ad una figlia di Ludovico il bonario, che resse i nostri paesi dall'836 sino all'866. Cividale fu allora centro notevole di cultura e d'insegnamento non solo per la regione friulana e per l'Istria, ma anche per Treviso e per i paesi conquistati sugli ávari. La corte di Eberardo fu splendida per l'ospitalità largita a dotti nostrali e forestieri; vi fu ospite quel Godescalco, famoso poeta sassone del IX secolo, che cantò in teneri versi la munificenza del duca che lo proteggeva dai suoi persecutori, e le vicende ora liete ora tristi della splendida progenie di Eberardo.