Il parlamento della Patria. Comuni rurali e città. La costituzione del Friuli in salda unità territoriale trova la sua espressione nelle istituzioni parlamentari che sono precipuo vanto della sua storia[304]. Il parlamento sorge in Friuli, come nelle Marche, in Piemonte, in Sicilia e in molte regioni francesi e tedesche, dovunque poterono costituirsi dei vasti territorî amministrativi. Le sue principali funzioni sono quelle di fissare per accordo fra i baroni ed il principe l'ammontare del contributo di denaro e di milizie dello stato. V'intervengono pertanto i capi delle grandi circoscrizioni feudali, i prelati e monasteri che non potevano esser aggravati di nuovi carichi se non per loro consenso in seguito alle antiche immunità e privilegi, e i comuni più importanti da Pertoldo in poi. Questa competenza è comune a tutti i parlamenti provinciali, ma l'assemblea friulana ha poteri molto più estesi; si concentrano in essa le antichissime riunioni provinciali giudiziarie, militari, legislative a cui i dignitarî della contea o della marca prendevano parte dall'età più remote. Perciò il parlamento friulano è in pari tempo il maggior tribunale d'appello, l'assemblea legislativa, vi si tratta la pace o la guerra ed un po' alla volta diviene anche supremo tribunale amministrativo. In seno ad essa si costituisce nei sec. XIII e XIV una giunta, che tratta gli affari correnti e sta costantemente a lato del principe con cui divide il governo degli stati aquilejesi, ed è eletta dall'assemblea con diritto di approvazione da parte del Patriarca. I luoghi dove il parlamento si riunisce sono Cividale, capitale della provincia, Campoformido dove avean luogo le mostre della milizia, e S. Daniele uno dei centri dell'amministrazione demaniale aquilejese, più tardi poi si fissa stabilmente a Udine.

La provincia si divideva in varie circoscrizioni di cui la maggior parte era retta da feudali, altre invece erano amministrate da ufficiali patriarcali detti, alla longobarda, gastaldi. Anche le città erano sottoposte a questi gastaldi che vi tenevano la giurisdizione criminale maggiore e la civile e stavano nei consigli cittadini accanto ai consoli o provveditori. Il comune, anche cittadino, è presso di noi in uno stadio arretrato di svolgimento se lo si confronti coi comuni del rimanente d'Italia; oltre alle parti più importanti della giurisdizione gli sfugge il potere di pace e di guerra e l'esercito generale che dipendono dal Parlamento dove esso però manda i suoi rappresentanti. La città si distingue dal comune rustico soltanto per l'organizzazione militare diretta alla difesa delle mura, per le pene elevate che difendono l'ordine pubblico nella sua cerchia, per i privilegi di quel riparto speciale che è il mercato. Le sue magistrature sorgono a poco a poco dalla riunione di tutti i cavalieri e pedoni pertinenti alla sua difesa, assemblea che certo si dovette riunire in tempi antichissimi anche sotto il governo del conte. L'assemblea generale è l'arrengo dove si trattano soltanto gli affari più gravi; al governo provvede il consiglio composto per metà dai nobili (equites) e per metà dai plebei (pedites), agli affari quotidiani provvedono poi i consoli o provveditori. Lo statuto abbraccia gli argomenti di competenza di tali magistrature: i provvedimenti per la difesa, le misure di polizia e d'annona, il regolamento delle cariche, dei beni comuni e le norme per il mercato.

Accanto ai comuni cittadini vi son poi le comunità rustiche che però vivono all'ombra di un signore. Questi comuni son formati dalla gran massa degli antichi servi, da coloni, dagli aldioni, e anche dai liberi, che si chiamano, tutti insieme, la contadinanza, in cui la consuetudine ha fissati obblighi e diritti di fronte al padrone, di guisa che la situazione secolare non può esser mutata nè dagli uni, nè dagli altri, se non con accordi reciproci. Espressione di questa situazione è lo statuto rurale in cui si fissano appunto le consuetudini del gruppo rusticano.

Certamente già nel sec. XIII e più poi nei successivi, la maggior vita economica rese più gagliarde queste plebi così cittadine come rustiche, e se ne vedono le prove prima di tutto nelle concessioni che essi ottengono dai lor signori: principale quella dei Patriarchi che concessero ai lor censuali il diritto di testare liberamente dei lor beni, e poi nelle affrancazioni di servi che divengon sempre più numerose e di solito son comprate da costoro coi lor peculî acquistati nell'agricoltura o nei traffici. Questo ascendere delle plebi è poi vittoria dell'elemento romano sul germanico, specialmente nel nostro Friuli ove, dopo tre secoli e mezzo di principato quasi sempre tenuto da tedeschi, la cultura germanica aveva certo preso piede nelle classi più elevate; Tomasino de' Cerchiari appartenente ad una delle principali famiglie cividalesi era certamente italiano di lingua e di cultura, nondimeno poetava anche in tedesco[305]. Il popolo era invece (se si faccia astrazione dalle poche isole slave) interamente latino e si serviva o del volgare romanzo, il dialetto friulano, o della lingua letteraria comune a quasi tutta l'Italia settentrionale e cioè il veneto. L'affluire dei commercianti toscani, lombardi, veneziani, la potente immissione di sangue italiano che segue coi patriarchi successori di Pertoldo, come diremo, decidono la definitiva vittoria del popolo sull'aristocrazia feudale e dànno prevalenza assoluta al linguaggio friulano-veneto.

Punto saliente di questa trasformazione si può considerare il periodo che abbraccia in sè gli ultimi anni del Patriarcato di Pertoldo di Andechs, e quello di Gregorio da Montelongo.

Il patriarcato di Pertoldo e dei suoi successori.

Il patriarcato di Pertoldo e dei suoi successori. Mentre nel periodo in cui le armi di Federico II brillavano nel loro più vivo splendore, il Friuli fu una vera porta aperta fra la Germania e l'Italia e grandi assemblee di principi tedeschi ed italiani si riunirono a Cividale e ad Aquileia, come quella che nel 1231 condusse alla riconciliazione dell'Imperatore col suo figlio ribelle Enrico, di cui fu mediatore il Patriarca Pertoldo insieme ad altri principi, nel periodo successivo, dopo il concilio di Lione (1245) in cui lo Svevo fu deposto e scomunicato, l'indirizzo della politica friulana cambia improvvisamente e comincia per il nostro paese una nuova era guelfa, in perfetta opposizione col periodo precedente che fu quasi sempre ghibellino. Diverse furono le cause che ci riesce di cogliere per questo mutamento. Non vi dovettero essere estranee le difficoltà finanziarie del Patriarcato e perciò l'influenza dei banchieri fiorentini che, come vedemmo, avevano poste salde radici in Friuli, ed erano segretamente avvinti alla politica papale; grande importanza vi ebbe pure l'azione personale del legato pontificio Gregorio da Montelongo che dimorò per lungo tempo nel basso Friuli e dovette stendervi sottili intrighi fra il clero contro l'amico di Federico II, il Patriarca Pertoldo; ma forse decisiva fu la minaccia di Ezzelino da Romano che, signore ormai dell'intera marca trivigiana e di buona parte della Lombardia, non mancava di occhieggiare con cupido sguardo anche la ricca regione friulana ed era aiutato dalla potente casa di Prata a lui stretta da vincoli di parentela e principale fra quei liberi che già vedemmo riottosi nel piegar di capo al Patriarca. Si rinnovavano così i tristi giorni che funestarono gl'inizî del Patriarcato di Pertoldo. Ezzelino invase a più riprese il Friuli dove aveva numerosi partigiani fino fra gli ecclesiastici; nel 1250-51 troviamo decreti patriarcali e pontifici diretti contro Ulvino di Sbrojavacca, e contro il parroco Rizzardo di Fagagna e l'arcidiacono di S. Pietro in Carnia che avevano data man forte al ghibellino assalitore. I due ecclesiastici furono destituiti e la pieve di Fagagna fu sottoposta al Capitolo di Cividale. Davanti al pericolo, il Patriarca dovette per necessità cercar aiuto nel partito avversario, visto che l'Imperatore ormai stremato di forze non aveva autorità sufficiente per tener in freno il suo violento ed ambizioso vicario: di qui la lega che unì Pertoldo al Marchese d'Este, ai bresciani ai mantovani a tutto il partito guelfo insomma, di cui era anima il legato pontificio Gregorio di Montelongo.

Il 23 Maggio 1251 morì il Patriarca Pertoldo e gli successe nella sede aquilejese lo stesso Montelongo. Il Friuli divenne così, con quest'uomo, uno dei punti strategici più importanti della lega guelfa e continuò ad esser tale per lungo tempo anche coi successori di Gregorio, i Turriani: per un secolo dal 1250 fino al 1350 il patriarcato, che sino allora era stato costantemente in mani tedesche, passa in mani italiane: ciò che è dovuto specialmente ai mutamenti arrecati alla costituzione del capitolo aquilejese cui spettava la presentazione, ed alla politica fieramente ostile ai Cesari tedeschi della sedia Papale che aveva, già fin dai tempi di Onorio III, rivendicata a sè la definitiva elezione del Patriarca.

I nemici dei patriarchi.