Nell'area più interna delle Prealpi ai calcari selciferi fa seguito una formazione, quasi ovunque di assai scarsa potenza — da 40 a 100 metri — e della quale sono conservati lembi poco estesi, costituita da una marna scagliosa, rossa o bruna raramente selciosa ed alla quale sono talora intercalati strati di calcare compatto bianco ovvero di calcare brecciato. Questa marna scagliosa, sebbene qua e là sembri passare lentamente alle marne ed arenarie eoceniche, si giudica in genere cretacea. Tuttavia le condizioni stratigrafiche nelle quali codesta formazione si trova verso Uccea e nella valle di Dresenza (Caporetto), appena oltre Isonzo, ove la formazione stessa ha uno sviluppo ed una potenza assai più considerevole che nel nostro territorio, indurrebbero a ritenerla piuttosto eocenica. Per decidere la questione mancano elementi paleontologici, poichè finora nella marna scagliosa in parola furono trovati unicamente fossili microscopici (Globigerina, Textularia), che giovano solo a precisare la natura dei sedimenti non la loro età.

Finora poi questa «scaglia» fu tenuta distinta da un'altra marna calcarea simile come aspetto, la quale compare, sia pur raramente, nelle colline più esterne, a contatto con la creta e la quale, essendo evidentemente ed in più luoghi intercalata con strati nummulitici, si ritenne spettasse certamente all'eocene. Questa marna vinacea eocenica si distinse dalla precedente anche per essere meno scagliosa e per rappresentare in molti casi quasi il cemento di una specie di conglomerato con elementi di calcari secondarî.

Va aggiunto come nella regione più esterna delle Prealpi manchino in genere così i calcari selciferi come la marna scagliosa ritenuta cretacea, sembrando quei terreni sostituiti da una formazione, potente nell'insieme 500 o 600 metri e forse talora anche più, di calcari grigi più o meno compatti, caratterizzati specialmente dalla presenza di camacee. Queste sono in generale comprese nella roccia in modo che difficilmente si possono isolare e per lo più si è in grado di osservarne solo le sezioni, spesso assai caratteristiche, alla superficie dei massi rimasti a lungo esposti alle intemperie. In questi calcari a camacee è possibile fare una distinzione grazie alla presenza, almeno locale, di una sottile zona di strati più sottili bituminosi, i quali dividono una serie più profonda spettante, a quanto si crede, alla creta inferiore ed al giura, da una più elevata ascritta alla creta media e superiore. Nella prima fu trovato nella valle del Cornappo un livello fossilifero con coralli, itierie, diceras ecc. che sembra titonico, nella seconda un notevole orizzonte a caprinide, nerinee, lime, ostree ecc. probabilmente turoniano, come è indicato dalla presenza, in strati appena superiori, di ippuriti (Hippurites cfr. giganteus). Al livello a caprinide forse corrisponde l'orizzonte fossilifero del colle di Medea, la cui fauna consta quasi per intero di radioliti, le quali là si presentano abbastanza bene isolate dagli agenti meteorici.

I piani più recenti della creta sono rappresentati da masse che compaiono isolate nell'eocene sotto forma di scogli (Klippen). I più notevoli sono quelli di Vallemontana, ove si ha un calcare grigio suboolitico ed un calcare bianco subcristallino con serpula, lima, cidaris ecc., e quello di Vernasso, ove compare un calcare bianco e grigio, bituminoso, con filliti e ostriche, inocerami, echini ecc. Questa ultima massa fa evidentemente parte, assieme ad altre, pure cretacee, di uno strato eocenico. Si ha cioè da fare con un conglomerato di questa età ad elementi calcarei talora giganteschi, conglomerato diffusissimo nel Friuli orientale e dal quale appunto provengono alcuni fra i migliori fossili cretacei descritti dal Pirona. Questo autore chiamava i conglomerati stessi pseudocretacei; i più vecchi geologi li avevano ritenuti come spettanti alla creta. Però mentre le osservazioni da me fatte alcuni anni or sono inducevano a ritenere eocenici tutti i conglomerati di questo tipo, le recenti ricerche del Kossmat, fanno dubitare che, almeno nella valle dell'Isonzo, una parte di essi sia veramente cretacea.

I conglomerati eocenici talora sono costituiti da elementi minuti, qualche volta anzi minutissimi, in modo da presentarsi sotto forma di brecce calcaree o di veri calcari a grana. Sono allora conosciuti col nome espressivo di piasentine e si lavorano come buona pietra da taglio. Talvolta sono nummulitici e contengono, oltre a varie specie di nummuliti, orbitoidi, crinoidi, radioli d'echini, alghe calcaree, ecc. Più raramente i calcari sono compatti, ovvero presentano disperso nella massa qualche piccolo ciottolo di selce. Essi formano poi zone dello spessore da qualche metro a qualche decina di metri, le quali alternano con zone di marne e di calcari marnosi, talora utilizzati per cementi, e di arenarie, qualche volta grossolane ed assai compatte, in modo da prestarsi alla estrazione di mole, altra volta più minute e meno resistenti e tali da servire solo come poco pregiato materiale da costruzione (la pietra così detta vernadie). In questa zona compaiono anche banchi bituminosi (Flaipano, Taipana, Cergneu, fra Forame e Subit, Canale di Grivò, Canebola, fra Montefosca ed Erbezzo, presso Tribil di Sopra ecc.) che non forniscono però materiale sfruttabile industrialmente.

In alcune delle zone arenacee — la cui natura si riconosce anche da lontano per la più abbondante vegetazione che le riveste e perchè ad esse corrispondono parti di suolo incavate e meno pendenti, mentre i calcari son più nudi e corrispondono a rilievi sporgenti — sono marne con ciottoli di varia natura nelle quali non è riconoscibile una stratificazione, ovvero, se lo è, dà a divedere che la roccia fu profondamente rimestata. Ciò è del resto provato anche dall'aspetto dei ciottoli, che di frequente mostrano di essere stati frammentati e le loro parti malamente risaldate, e dalla deformazione dei fossili spesso da esse contenuti. Rare sono le nummuliti e le altre foraminifere tipiche dell'eocene, assai più comuni gasteropodi e lamellibranchi, nè mancano coralli, alghe calcaree ecc. Le specie più caratteristiche sono la Crassatella plumbea, la Velates Schmideliana, la Natica hybrida e la sphaerica e lo Strombus Tournoueri, tutte spettanti all'eocene medio.

A questo piano appartiene l'intera serie calcareo — arenacea, la quale forma in generale la parte più profonda dell'eocene friulano, come pure quella superiore, di cui diremo appresso. Manca cioè, per quanto è noto, tanto l'eocene inferiore quanto il superiore. Che poi vi sia un hyatus fra la creta e l'eocene risulta non solo dalla mancanza, in posto, dei piani superiori del primo terreno ed inferiori del secondo, ma altresì dal fatto che il contatto fra i due avviene per una superficie non piana, ma con irregolarità che indicano una erosione della creta intervenuta prima dei depositi eocenici.

Nella parte più elevata della formazione, l'eocene ha sviluppo prevalentemente marnoso-arenaceo, sebbene non manchi qualche lente più o meno notevole di calcare nummulitico. Le rocce del resto sono simili a quelle della serie inferiore. Notevole per l'abbondanza dei fossili è un livello di marne a coralli con numerose specie di gasteropodi e lamellibranchi, un secondo, che sembra un po' superiore, caratterizzato specialmente dalla grande ricchezza delle nummuliti e delle assiline ed un terzo, che sembra il più recente, di brecciole con Rotularia spirulea ed echini oltre a varie specie di nummuliti. Marne a coralli compaiono nei monti di Buia e Tarcento, ma specialmente abbondanti presso Noax (Rosazzo), Brazzano e Cormons; strati a grandi nummuliti più che altro nei dintorni di questa ultima località, presso l'Abbazia di Rosazzo e nel lembo isolato di Rio Lavaria sopra Piano di Portis; gli strati ad echini sono specialmente nel colle di Buttrio.

L'eocene, potente poche decine o poche centinaia di metri nella regione più interna, raggiunge spessori che credo non inferiori ai 1000 metri nell'area montuosa più bassa e nelle colline; esso è quindi il terreno che occupa una maggiore estensione superficiale ed è altresì quello che costituisce, ove ha sviluppo la zona arenacea superiore, i colli più feraci delle nostre prealpi; in qualche tratto però «ove le marne sono prevalenti senza l'intermezzo di brecciole e di puddinghe, come avviene presso Orsaria di Buttrio, presso Ipplis e nei monti di S. Lorenzo, a levante di Faedis, quivi la vegetazione è scarsa e si stende il vago pascolo. È sempre però la regione più produttiva del Friuli, specialmente per frutta e vigneti, i quali ultimi, in genere di uve bianche, danno delle pregiatissime specialità enologiche, quali la Ribolla di Cividale ed il Romandolo di Tarcento» (Taramelli).

I più recenti terreni eocenici del Friuli orientale hanno a ridosso la pianura o l'anfiteatro, e le alluvioni e le morene seppelliscono quasi completamente la serie miocenica. Questa, come è noto, nel Friuli, consta alla base di glauconie, nella parte media di arenarie, argille e sabbie micacee che, verso l'alto, alternano con conglomerati, i quali nella parte superiore divengono via via prevalenti. Sebbene saltuariamente e con la mancanza dei membri più profondi, la serie si può seguire quasi per intero entro l'area da noi considerata, lungo la sponda sinistra del Tagliamento, ma assai meglio si osserva sulla destra. Al piccolo rilievo isolato che sorge presso i piedi settentrionali del colle di Osoppo, fanno riscontro, oltre il fiume, i maggiori lembi miocenici di Braulins e del Cianet di Peonis, mentre la zona di Susans e del colle Ragogna, più o meno completamente nascosta da morene ed alluvioni, si continua con sviluppo ben più considerevole nei poggi fra Forgaria e Pinzano.