Dopo queste parole, il ministro degli Stati Uniti posò la boccetta sopra una tavola di marmo, chiuse la porta e si rimise a letto.

Per qualche tempo il fantasma di Canterville restò immobile, stupito dallo sdegno; poi, lanciando rabbiosamente la boccetta sul pavimento incerato, fuggì attraverso il corridoio, mandando rantoli cavernosi e spandendo una singolare luce verde. Ad onta di tutto questo, quando arrivò allo scalone di quercia vide una porta aprirsi ad un tratto, due piccole figure ammantate di bianco mostrarsi nel vano e un pesante guanciale gli sfiorò la testa.

Evidentemente non vi era da indugiare, per cui, utilizzando come mezzo di fuga la quarta dimensione dello spazio, svanì attraverso il muro, e la casa ritornò nella calma.

Giunto in un piccolo locale segreto dell'ala sinistra del fabbricato, si addossò ad un raggio di luna per riprender fiato e si mise a riflettere onde rendersi conto della situazione.

Mai nella sua brillante carriera, che durava da trecento anni, era stato così grossolanamente insultato. Si ricordò della duchessa vedova, cui egli aveva provocato una crisi di paura, mentre si specchiava, coperta di trine e di diamanti; ricordò le quattro fantesche, alle quali aveva fatto venire le convulsioni isteriche solo col far loro dei versacci fra le portiere di una delle camere dei forestieri: pensò al rettore della parrocchia, a cui aveva spento la candela mentre usciva dalla biblioteca e che da quel momento era stato uno dei clienti più assidui di Sir William Gulle, martire di ogni genere di disordini nervosi; gli ritornò alla mente la vecchia signora di Trémonillac che, svegliandosi al mattino, aveva veduto nella poltrona innanzi al fuoco uno scheletro intento a leggere ciò che essa aveva scritto, e da allora aveva dovuto rimanere in letto sei mesi, per un attacco di febbre cerebrale. Guarita, si era riconciliata con la chiesa ed aveva rotto ogni relazione con quel terribile scettico di Voltaire. Si ricordò pure di quella notte terribile nella quale quel briccone di Canterville era stato trovato agonizzante nel suo abbigliatojo col fante di picche cacciato in bocca, e aveva confessato che, per mezzo di quella stessa carta, aveva rubato a Carlo Fox presso Crockford, la somma di diecimila sterline: egli giurava che il fantasma gli aveva fatto ingoiare quella carta da giuoco. Tutte le sue grandi imprese gli tornavano alla mente. Vide sfilare nella sua memoria il cantoniere che si era bruciato le cervella per aver visto una mano verde battere nel vetro della finestra; e la bella lady Steelfield, che era stata obbligata di portare al collo un nastro di velluto nero per nascondere il segno di cinque dita, impresse come un ferro rovente sulla sua pelle bianca, e che aveva finito per annegarsi nel laghetto del Viale del Re.

Pieno dell'egoistico entusiasmo del vero artista, il fantasma passò nelle sua mente in rivista le parti più celebri da lui rappresentate, e sorrise amaramente ricordando la sua ultima apparizione nella parte di «Raben il Rosso o il lattante strangolato», il suo debutto in quello di «Gibeone il Vampiro mago della landa di Bexley», e il furore che aveva suscitato in una bella serata di giugno, giuocando alle bocce coi suoi stessi ossi, sulla spianata del lawn-tennis.

E tutto ciò per giungere a quale resultato?

Dei miserabili americani moderni venivano ad offrirgli del grasso alla marca del Soleil-Levant, e a gettargli sulla testa dei guanciali; ciò era assolutamente intollerabile; nessun fantasma, secondo quando la storia afferma, era stato mai trattato così. Bisognava prendere una rivincita. Fino all'alba il fantasma rimase in atteggiamento di profonda meditazione.

III.

L'indomani, quando la colazione riunì la famiglia Otis, si parlò assai lungamente del fantasma. Il ministro degli Stati Uniti era naturalmente un poco irritato perchè la sua offerta non era stata gradita.