Per chi si abituava, la veglia non era assoluta: taluni tesoreggiavano col riposo le mezz'ore d'attesa intanto che il complice astro salendo dal mare preparava con flemma la battaglia. Prima di coricarsi, semivestiti, preparavano presso i letti e i divani, in luogo dell'acqua zuccherata, maschere per gas asfissianti, elmetti, cappotti.... Intanto nel crescente chiarore, nella placidità dell'atmosfera, nell'argentea vastità marina, nel tremito delle stelle, s'insinuava, in sostituzione di lontani incantesimi, la minaccia di aerei nemici. I veterani della squadriglia, in famigliarità con i rischi lunari, aspettavano di lanciarsi in volo suonando il pianoforte, giuocando al biliardo o partecipando alle conversazioni che si svolgevano in riva al mare fra i notabili e le notabili di Grado, trattenuti all'aperto, più che dal fascino della notte serena, dall'aspettativa per le imminenti incursioni.

In quelle ore il mare, la notte, l'arco del golfo di Trieste perdevano quella misteriosa virtù d'illudere che avevano emanato quando non erano ancora dominati dal minaccioso volo umano. La serenità dell'ora suggeriva l'idea opposta a quella che avrebbe suggerito quattro anni prima: — Avremo una notte bellicosa. — In cospetto degli aviatori, il mare decadeva dalla posizione sovrana alla quale l'avevano elevato poeti in contemplazione, riducendosi a una distesa più o meno favorevole per partire e tornare con l'idrovolante, come al marinaio non appariva che un nascondiglio di mine, sottomarini, sommergibili.... Il panorama, la luna e le stelle servivano semplicemente come punti di riferimento. La maestà della sera era tagliuzzata dalle lame dei proiettori che su l'Hermada, a Duino, a Nabresina, a Prosecco, a Muggia, a Pirano, a Punta Salvore si alternavano nell'ufficio di sentinelle sospettose. Lo sfondo violaceo delle colline istriane appariva ogni minuto bucato, schernito da queste luci della diffidenza che radevano il mare e talvolta si fissavano lungamente su Grado come vi facessero enormi scoperte, mentre dal Timavo verso Tolmino si sbizzarrivano in muti inchini i razzi.

L'armonia della notte lunare s'irrigidiva completamente quando la sonorità dei motori austriaci si approssimava. Immersi nella penombra, con un'apparenza di esseri addormentati, i semafori, i posti di guardia, le batterie antiaeree, le torpediniere, i motoscafi si trasmettevano con pacato, serrato ordine, con un sistema fatto naturale dall'abitudine quasi quotidiana, l'avviso di stare pronti. Soppresso ogni lume, ogni segno di vita, proprio quando la vita dei difensori raggiungeva l'efficienza massima, dal semaforo, il comandante della piazza, con un orecchio sugl'istrumenti acustici e con la bocca al telefono, indicava i punti del cielo contro i quali dovevano convergere i tiri antiaerei. E nell'invisibilità notturna centinaia di bocche da cannone si spostavano simultaneamente come una massa corale diretta da una sola mano, pronta a intonare.

C'era nell'insenatura di Muggia un raggio fisso di proiettore che rivelava agli osservatori di Grado la già avvenuta partenza degl'idrovolanti austriaci: serviva di guida agli aerei bombardieri della notte i quali prima si aggiravano sul golfo di Panzano o alla foce del Tagliamento per fare quota e poi scendevano con un minimo di giri di motore per agire non uditi sul bersaglio.

Sul golfo di Panzano e la foce del Tagliamento erano le zone di convegno degl'idrovolanti avversari intenti a far quota. Si davano a vicenda la caccia o a vicenda si preparavano a bombardare le rispettive basi. Ombre nere librate nell'aria scivolavano l'una presso l'altra: fra esse s'accendevano momentaneamente minuscole luci elettriche con punti e linee. Talvolta erano apparecchi nostri che si riconoscevano, tal'altra erano apparecchi austriaci che facevano altrettanto. Non di rado apparecchi austriaci e italiani si lanciavano segnalazioni, ma appena si riconoscevano per nemici spegnevano bruscamente le luci e scambiavano raffiche di mitragliatrici, brevemente perchè la notte anche lunare non facilita a chi vola di scorgere a lungo un altro apparecchio: per pochi istanti si rivela per le fugaci fiammelle giallo-paonazze sfuggenti dal motore, poi sparisce nell'ombra immensa.

Queste vicende nell'aria tenevano in costante sospetto gli ascoltatori da terra, i quali dal diverso suono dei motori individuavano la nazionalità dell'invisibile velivolo. C'era il suono fluido, canoro come vibrazioni di diapason: nostro; c'era il suono brontolone, scandito, disuguale: tognino. Gli apparecchi nazionali avvicinandosi lanciavano con le loro lampade elettriche i segnali convenuti; sembrava che si accendessero in cielo nuove stelle, più grandi. Quegli apparecchi erano i vendicatori delle incursioni austriache consumate o un'ora prima o la sera precedente su una delle località inermi del Friuli e del Veneto.

Da Grado erano gl'idrovolanti che si apprestavano a vendicare l'incursione imminente di cui dava l'annuncio il bronzo maggiore del campanile. Nel silenzio colmo d'attesa s'udiva dal semaforo un marinaio gridare al vicino campanile del Duomo: — Allarme! — Il campanaro strappava i rintocchi urgenti che facevano trasalire — il brivido che passa fra il sospetto e la certezza — i borghesi pigiati nei sotterranei. Gl'idrovolanti austriaci planavano sulla città le cui case, schiarite dalla luna, avevano l'apparenza di strani, pallidi visi esterrefatti, dai cento occhi spalancati.

Sibili lugubri, fulminei, feroci fendevano l'aria e concludevano in un'esplosione cupa, o in un vuoto inatteso: segno, quest'ultimo, che la bomba non era scoppiata. Subito dopo sembrava che tutta la plaga intorno esplodesse: detonazioni, sussulti d'artiglieria, raffiche rabbiose di mitragliatrici, vampe fugaci a terra e scoppii in aria, agitazioni di proiettori, esordendo simultaneamente come a piena orchestra, infliggevano al paesaggio un aspetto infernale; le facciate e i tetti degli edifici trasalivano fra contrasti subitanei d'oscurità e di barbagli.

Una sera uno scoppio più imponente seguìto da una scia, come stesse precipitando un bolide, invermigliò il cielo su la laguna di Grado. Cessato il ruggito della battaglia, dileguatosi il fragore degli aerei fuggiaschi e caduti gli ultimi fondelli reduci dalle esplosioni d'artiglieria ad alta quota, varie imbarcazioni raggiunsero, boccheggiante in una secca, il viluppo attorcigliato, fumigante dell'idrovolante austriaco K212 da cui emanava un complicato odore di benzina, olio, tela, legna e sangue. E per tutta la notte il proiettore di Muggia si ostinò nel cielo ad aspettare l'idrovolante assente e s'udì qualcuno degli aerei superstiti esplorare il mare.