Non era ancora cessata l'incursione austriaca che già cominciava la nostra. Alle bombe che avevano sgretolato qualcosa di Grado, che s'erano conficcate in buche profonde tra un edificio e l'altro degli aviatori, opponevamo le nostre da sfibbiare sui campi d'aviazione, sulle stazioni ferroviarie, sugli stabilimenti militari del nemico. I nostri capannoni trasalivano di luci, si popolavano di uomini usciti dai rifugi: squadre di manovratori spingevano in acqua gl'idrovolanti sui quali gli armaioli assicuravano le panciute, livide bombe, e controllavano le mitragliatrici; i meccanici accendevano i motori. Poi osservatori e piloti s'ingolfavano negli scafi, impartivano ordini rapidi e dei via urgenti. E gli aerei scivolavano spumeggiando pel canale, si trasformavano in ombre con luci alle estremità delle ali e svanivano azzurri nell'azzurro, sperdendo il loro canto nella vastità....

Gli ufficiali, i soldati rimasti al campo fissavano la sponda nemica e dalle mute, crescenti esplosioni in cielo che si spostavano lungo il volo, traevano indicazioni per seguire i nostri apparecchi: — Sono sopra Trieste. Si dirigono verso Barcola. Ormai hanno raggiunto il mare. Ritornano. — Sul canale le vermiglie lampadine elettriche venivano accese perchè i reduci potessero riconoscere con precisione le sponde e sopratutto evitare i pali e i banchi di sabbia distribuiti nella laguna. Quell'effetto ottico sembrava un richiamo. Ed ogni aereo rispondeva accendendo e spegnendo la lampada elettrica di bordo secondo i convenuti segnali. Pareva di leggere in questo giuoco di luci la gioia della rappresaglia inflitta, l'allegrezza del sano ritorno e l'ansia dell'ammaraggio. Non appena l'idrovolante s'era posato in acqua, un senso di gaia liberazione si spandeva negli astanti perchè il momento più delicato di tutto il volo — il contatto con l'acqua ambigua e rispecchiante le stelle — era stato felicemente superato.

Non pochi piloti si ingolfarono improvvisamente nel loro primo volo notturno. Partiti al tramonto per una rapida operazione di guerra, s'erano poi imbattuti nell'imprevisto: siluranti nemiche scoperte in navigazione tra un porto e l'altro dell'Istria, incontro con aerei avversari; di qui combattimenti, poi ritorno quando ormai i 3000 metri di quota apparivano divisi in due zone: una al disopra della leggera foschìa serale, ancora illuminata dal purpureo commiato del sole e l'altra sottostante già violacea per l'invasione sulla terra delle prime ombre.

Il pilota ancora inesperto di voli notturni, seguiva gl'idrovolanti compagni di navigazione mentre apparivano e scomparivano di tra i vapori della foschìa, fluttuando in una lenta altalena per passare sopra o sotto gli strati più densi, con delle lievi oscillazioni alle ali, sempre più bruni ed evanescenti. Giù a Grado s'intravedeva un faro: roteava per indicare la rotta ai ritardatari. Il pilota novizio faceva scendere cautamente il suo apparecchio sbirciando il panorama ridotto a macchie talune biancastre ed altre oscure. Il mare non era che una lastra bigia. Le distese abitate s'illividivano. I canali erano nastri di luce paonazza. A 100 metri gli edifici più spiccati sembravano placidi mostriciattoli sbalorditi.

Uno dopo l'altro gli apparecchi erano già scesi nel canale. Restava in aria il pilota novizio che dopo aver girovagato sul canale, ormai insidioso nella sua indeterminatezza, aveva finito per portarsi sul mare, riducendo gradatamente la forza del motore e reggendosi poco sotto alla linea di volo: abbassandosi con cautela aveva sfiorato l'acqua.... Venere brillava in cielo e il faro di Grado fissava il velivolo ritardatario e incolume.

Il pilota gustava intanto la soddisfazione di aver penetrato d'improvviso, e con una disinvoltura maggiore di quella preveduta, parte del mistero che avvolge, agli occhi dei non iniziati, il volo notturno. La parola notte suggerendo l'immagine del buio, dell'invisibilità, turba il pilota che non può dissociare l'idea del volo da quella di vedere. Ma la luce lunare e persino la luce stellare riducono l'imperio delle tenebre.

Nei primi momenti del volo, appena staccato l'apparecchio dall'acqua, il pilota non scorge che una sola immensa tinta turchina intorno a sè come tutte le cose fossero d'inchiostro. Se la sensibilità fisica non gli provasse che già è librato, egli avrebbe ancora l'impressione di scorrere sull'acqua dato che nessun mutamento di colore è avvenuto tra acqua e cielo. Ma l'altimetro, illuminato dalle lampadine elettriche, applicate nell'interno della cabina, indica l'aumento di quota al pilota il quale per la prima volta si trova a dover confidare esclusivamente nella sensibilità della propria persona per reggere con regolarità l'apparecchio.

Egli si guarda intorno ed a stento scorge le ali. Da uno stato di perplessità passa ad uno stato di confidenza perchè vola d'istinto e si accorge di volare bene, meglio forse che di giorno non ostante lo circondino il mistero della notte, una solitudine resa assoluta dalla temporanea invisibilità del panorama. Se l'atmosfera è placida e tepida, la voluttà di volare in quell'ora è suprema, è la maggiore che prodighi l'aviazione. Il pilota dirige la rotta valendosi della bussola. Poi osservando il firmamento s'avvede che le stelle lo aiutano a controllare la posizione dell'apparecchio. Sceglie la costellazione posta sulla sua rotta e ne fa la sua guida; grazie a questa amica l'orientamento riesce facile ed esatto. Si sente allora psicologicamente più vicino agli astri visibili, che alla terra invisibile.

Guadagnando sempre più quota e fissando insistentemente in basso, il pilota comincia a distinguere due vaste macchie, una biancastra ed una bruna. La biancastra — ragiona l'esordiente — corrisponderà al mare e quella bruna alla terra. S'accorge poi che il mare, meno dov'è striato dai riflessi lunari, risulta bruno, mentre la terra è chiara particolarmente nell'intreccio delle sottili strade e nelle distese abitate.