Il fronte, quando serpeggiava da Duino a Tolmino, si presentava, nella notte, da 3000 metri, luccicante di razzi, di scoppi, di barbagli tortuosamente disposti con un'assurda apparenza di festosità. La costa da Duino a Pola appariva al contrario illuminata solo da proiettori i quali con l'avvicinarsi dell'idrovolante si spegnevano. Nell'atto di nascondersi, la costa dava l'impressione di un fosco mostro oblungo, rovesciato con la schiena a terra, che ritraesse i tentacoli luminosi per fingersi immerso nel sonno. Ma appena l'aereo s'avvicinava, il mostro usciva dalla sua finzione e si difendeva convulsamente, sbarrando gli occhi, lanciando in alto i suoi tentacoli fosforescenti, agitandoli e incrociandoli con furia.

L'idrovolante di tratto in tratto era investito da queste ondate luminose assumendo l'aspetto di magica cosa infuocata. Il pilota nuovo a questo effetto aveva l'impressione d'esser preso di mira da chi sa quanti cannoni. I raggi fissati contro di lui aumentavano, lo accecavano, come si fosse improvvisamente sostituito, per un diabolico prodigio, il sole alla notte. Per sfuggire all'accerchiamento dei bagliori, abbassava l'apparecchio a tutto motore, poi, utilizzando l'eccezionale impeto, lo lanciava in alto, lo sbandava a destra ed a sinistra. Ad uno ad uno i raggi si staccavano per continuare la loro esplorazione. Non avevano scoperto il velivolo probabilmente perchè la loro potenza era stata diminuita dal chiarore lunare.

Intanto, essendo giunto il momento per lanciare le bombe, il pilota scendeva sul bersaglio a motore rallentato: il bersaglio, che poteva essere costituito da nere strisce di binari fra bianchi edifici ferroviari e industriali, dava l'impressione a chi si accingeva a colpirlo, di vittima immobilizzata dal terrore, con gli occhi chiusi, muta, a pochi istanti dal colpo inesorabile. Ma liberati i proiettili e apparse le vampe tra i fasci delle rotaie, i proiettori si risollevavano di scatto e roteavano per il cielo freneticamente. E fra un candido raggio e l'altro, ecco gli scoppi vermigli e azzurri dei proiettili saliti dalle batterie antiaeree.

L'idrovolante, rivolta la prua verso il mare, tornava a pieno motore su Grado. Superata la preoccupazione del bombardamento, si presentava tosto nell'equipaggio quella del ritorno al campo. Il pilota notava i contrasti fra le indicazioni dell'altimetro e le apparenze del mare, il quale si presentava più vicino del vero se striato da riflessi lunari, più lontano del vero se velato da tenui strati di vapori, certo sempre ingannevole, insidioso. Occorreva un punto preciso di riferimento e questo era costituito dal semaforo di Grado che si distingueva per le segnalazioni luminose con le quali pareva chiedesse all'aereo di ritorno; — Sei nazionale? Fatti riconoscere. — E l'aereo, per mano dell'osservatore che faceva funzionare la lampada elettrica, rispondeva: — Sono nazionale. Ecco la lettera di riconoscimento.

Allora il canale di Grado si precisava con le sue luci rosse, come volesse dire: — Puoi entrare. — Il pilota vi si portava all'imboccatura e a pochi metri da quello che riteneva il pelo dell'acqua: a destra ed a sinistra sfilavano, rapidissime, ombre di navi, di pali, di banchi sabbiosi, ombre d'indefinita distanza. Toglieva forza al motore, mirava con somma cura al centro del canale: un colpetto sotto lo scafo, l'acqua. Trionfale respiro di soddisfazione: — Anche per questa volta mi è andata bene. — Motoscafando tornava allo scalo; interrogati pilota e osservatore, come colti da oblìo improvviso e da inesplicabile pigrizia mentale, non trovavano nulla di interessante da narrare fra le tante eccezionali emozioni provate e si limitavano a rispondere con frasi di generica soddisfazione.

Ma altre volte era accaduto a idrovolanti di incontrare, durante voli notturni, dense nubi che sopprimevano il soccorso lunare, che coprivano di un'oscurità uniforme mare e terra. Poi se fra le nubi si dibatteva la tempesta, gli aerei-fantasma, posti fra il cielo che li spingeva a raffiche in basso e il mare che apriva loro invisibili voragini, lottavano inseguendo il nord delle loro bussole, il nord delle loro amiche. I piloti avvinti ai comandi con una energia sconosciuta, gli osservatori con gli sguardi fissi nelle tenebre, procedevano, or soffiati in alto, ora trascinati in vuoti d'aria. Improvvisamente sotto i barbagli dei lampi apparivano a istanti parvenze di una costa irriconoscibile. Gli apparecchi dispersi qua e là, invisibili gli uni agli altri, rimbalzando di onda in onda con strepiti che facevano pensare a schianti irrimediabili, s'irrigidivano su banchi sabbiosi.

Sotto il flagello dell'uragano gli equipaggi rivelavano la loro presenza con i mezzi luminosi di bordo. Lunga attesa fra le onde che sorpassando i banchi sabbiosi mordevano le prede. Poi a distanza voci d'interrogazione e segnali resi dubbiosi dagli scrosci delle acque.

Dagl'idrovolanti: — Siamo in Italia?

Da terra: — Sì, in Italia.