Intorno a queste figure dominanti si muovono figurine minori: l'impenitente scommettitore che conclude ogni discussione su argomenti aviatorii con un «scommettiamo che io sono capace di...?»; l'ex istruttore abituato ai voli brevi, analizzati, finissimo pilota, ma affezionato al cielo del suo campo, melanconico nella solitudine, attivo nella creazione di nuovi piloti, nella correzione degli apparecchi e scarsamente battagliero; il cocciuto che s'impone il perfetto svolgimento di un programma: eseguire, per esempio, dieci ammaraggi senza sbagliarne uno e infilarne invece cinquanta senza raggiungere la decina segnata; il calcolatore che vorrebbe tutto prevedere ed è perseguitato dall'imprevisto per cui i partigiani della spensieratezza gli gridano: «È migliore il nostro metodo!»; il competente di motori che brucia i medesimi e viene soprannominato «Ingegnere Brusa» oppure «Ingegnere Grippa»....
Costoro si colgono nei loro allegri contrasti specialmente durante festose adunate quando il vento della letizia rende più trasparenti gli animi. Ad una delle più care adunate era stato chiamato un ufficiale pilota che durante l'ultima estate di guerra nel cielo carsico aveva avuto la fortuna di traversare vicende favorevoli per una proposta alla medaglia. Formavano quadrato ardite figure di aviatori e di fanti della Terza Armata su cui sovrastava il Principe. Una voce chiamava gli eletti e leggeva le motivazioni delle ricompense.
Quando udì chiamare il suo nome, l'ufficiale pilota ebbe un rimescolìo violento nelle vene e nel cuore e salì pallido, ansimante sul palco d'onore in cospetto del Principe che gli appuntò la medaglia e gli disse con famigliarità paterna e con austerità militare parole affettuose ed incitatrici. Così completa era la confusione del decorando da usare in luogo dell'«Altezza sì» l'abituale «Signor sì»; ma poi se n'avvide e il Duca sorrise....
Intorno in un'immobilità, in un silenzio che rendevano più profondo il senso di quei momenti, guardavano i fanti scesi dal Carso e gli aviatori scesi dal cielo avverso. Sopra la campagna soffusa d'autunno, le ondulazioni dell'Hermada, del Faiti erano picchiettate di scoppii. Un capovolgimento repentino di sensazioni si produsse nell'animo dell'ufficiale pilota, rigido sull'attenti in cospetto del Duca. La presenza di tante cose grandi e forti lo ammoniva che l'onore fattogli non segnava la conclusione di uno sforzo superiore, ma il principio; più che un premio era un incitamento. Salito su quel palco per inebbriarsi del proprio orgoglio, si trovava intenerito nella propria umiltà.
Il rombante fronte non lontano, i fanti e gli aviatori reduci dall'ardimento quotidiano, gli fecero sentire che quanto aveva fatto era assai meno di quanto gli restava a fare. Se la morte lo aveva sfiorato in fugaci incontri, la stessa minaccia insidiava o si attuava nella solitudine degli anonimi combattenti. Si sentì fratello minore d'innumerevoli sconosciuti cui non aveva arriso, nel tumulto delle vicende belliche, la fortuna delle ricompense; si sentì fratello minore dei colleghi d'ali nei quali la continuità dei rischi aviatorii crea l'incapacità di misurare quanto si dà, nei quali passa senza brivido il quotidiano pensiero della morte, pei quali morire «è nel bilancio».
Le prime “acrobazie„ sul caccia.
«Ella domani — comunicò il caposquadriglia all'ufficiale pilota che aveva chiesto di passare al caccia — potrà recarsi alla Stazione Idrovolanti Miraglia per intraprendere il nuovo allenamento.»
Per un pilota che lascia i 140 chilometri all'ora dell'apparecchio da ricognizione e bombardamento per i 200 chilometri del caccia, è penoso un viaggio in treno a 60 chilometri all'ora, sia pure limitato fra un punto e l'altro dell'Alto Adriatico. L'aviatore a terra è un prigioniero ribelle di quelle limitazioni che si chiamano treni, automobili, trams, fermate, passaggi a livello, curve.... Scorgere un particolare dopo l'altro, un campanile, poi un ponte, poi un borgo del panorama girante, è assurdo per chi ha l'abitudine di dominare questi particolari in massa o a vasti gruppi. Procedere tortuosamente intorno a paesi e città, ora a destra, ora a sinistra di fiumi, di laghi, di monti, è una sofferenza quando si conosce il gusto di tracciare linee d'aria al disopra di tutti gli ostacoli terreni fra un campo d'aviazione e l'altro.
L'avidità per la velocità e per gli spazi, non ha limiti nell'aviatore allenato nel quale svanisce l'idolatria per un aeroplano da 200 chilometri all'ora, non appena ne vede un altro capace di raggiungerne 230. Come automobilista e motociclista, l'aviatore è un delinquente colposo perchè sembrandogli di procedere sempre adagio, sfugge come un proiettile fra la trepida incolumità dei pedoni. Generalmente gli aviatori si procurano il maggior numero d'incidenti con l'automobilismo ed il motociclismo.
Il passaggio dall'aeroplano pesante al caccia, è una necessità per il pilota, come è naturale nell'uomo il transito dall'adolescenza alla pubertà. La crisi del pilota che domanda l'esonero, che è irrequieto, incontentabile, si risolve col caccia il quale rappresenta una seconda primavera aviatoria.