Lo accompagna volontariamente il vecchio osservatore che già da settimane non volava perchè si sentiva in crisi fisica e morale: di fronte alla bellezza di un ardito volo sul nemico, non può trattenere gl'impeti del suo tempo migliore.
Superato lo slancio momentaneo, i veterani riprendono la discesa della parabola: giudicano che il meglio fiorì nel passato. Tutto ciò che lasciarono supera ciò che posseggono. Le loro imprese compiute rimangono insuperabili.
Se il vecchio osservatore è incaricato di portare sul nemico per la prima volta il pilota esordiente, appena raggiunta la quota di due o trecento metri, spara la mitragliatrice. L'esordiente trasalisce: «Come! Appena uscito e già in combattimento?» Ma il vecchio osservatore con gesti spiega e il pilota non comprende: «Ho provato l'arma». Raggiunte le linee, il vecchio lupo dell'aria instancabilmente ordina mutamenti di rotta e di quota, e il pilota ubbidisce come un automa senza capire e con riluttanza. Ricevendo ordine di tornare indietro l'esordiente s'illude che la missione sia finita, ma poco più tardi deve riportarsi sul nemico: era una finta.
Appena discesi: «Mi vuoi spiegare?» domanda il pilota.
«I viraggi, i cambiamenti di quota servivano a confondere il tiro antiaereo. Vieni qua. Osserva sulla carta. Vedi questa dolina? Vedi questi caseggiati? Altrettante batterie.»
Lo stesso procedimento segue il vecchio pilota col giovane osservatore i cui gesti per dirigere la rotta non ottengono ubbidienza tanto che egli a un certo punto si irrigidisce in una immobilità assoluta, per protesta.
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Il costume di caratterizzare gli apparecchi con simboli, fregi, pupi, motti, suscita due tipi dì superstizioni. Gli ottimisti confidano che rechi fortuna; i pessimisti temono il contrario. Così abbiamo interni di cabine con ferri di cavallo, piccoli teschi d'avorio con le effigi di Sant'Elia protettore degli aviatori; abbiamo radiatori con pupi; abbiamo dipinti sui fianchi degli scafi i Fortunelli, i Cirillini, i Budda, gli Oronzio E. Marginati, i diavoli, i draghi, i leoni di San Marco, i cani con aeroplani crociati tra i denti, le stelle, le bombarde; abbiamo i motti: «I casi sono due», «Come vene, vene», «No i me ciapa», «Macaco, scansati», «Ocio fiol d'un can!», «Più alto e più oltre», «Sparviero», «O va, o spacca», «Tiremm innanz», «Il pennacchio mio», «Vein bein què, s'a t'è del curagg». Ma i pessimisti pensano che tali decorazioni risultano di malo augurio e citano il caso del «No i me ciapa» che tornava sempre sforacchiato e il caso del «Semo noi» che si scassò contro una sponda; ma il pilota sul nuovo apparecchio fece dipingere: «Semo ancora noi».
Esistono poi ricche collezioni di talismani nelle camere degli aviatori più perseguitati da incidenti: cornetti, chiodi, teschietti, ciocche di capelli, medaglie, frantumi di lava, brandelli di stoffa, calze di seta. C'era un osservatore che intascava più o meno scongiuri secondo la gravità della missione che gli veniva affidata. Prima di partire trovava sistematicamente il caffè disgustoso. E si metteva in testa una finissima calza di seta, regalo della madrina. Aveva capottato tante volte!
Gli osservatori meno osservatori sono gli allievi piloti esonerati, ma rimasti in aviazione per volare almeno come passeggeri. Preferiscono volare a fianco del pilota di cui diffidano. Il loro sguardo si posa preferibilmente, anzichè sul terreno, sugl'istrumenti di bordo. Sono felici quando possono reggere almeno il volante. In questa inconsolabile nostalgia per la manovra è viva in loro la speranza di tornare al pilotaggio. Usciti dalla porta confidano di rientrare dalla finestra, facendo gli osservatori.