In tale opinione s'incontrano gli osservatori e i piloti assurti alla loro piena efficienza, efficienza che i piloti raggiungono grazie a un falso presupposto: di essere dei pilotoni. Se conoscessero i loro difetti, forse chiederebbero l'esonero. Iniziano la loro parabola in squadriglia volando molto, ma anche molto male. Quando scendono in vista di un palo, di una sponda, anzichè l'idea unica, precisa, fulminea, frutto di esperienza, che salva la situazione, si presentano loro tante idee contemporanee, confuse, contraditorie, paralizzatrici: «Che faccio? Levo il motore? Riparto? Vado a destra. No, a sinistra. Pum. Traaaaaac. (Un po' di futurismo è indispensabile a dare il suono delle ali che si lacerano). Ma nessuna meraviglia tra i superiori, tra i colleghi. Il fattaccio era nel bilancio. Gli apparecchi che vengono affidati ai piloti bisognosi di allenamento sono veterani della guerra messi in disparte «per fare scuola». E per insegnare ai giovani, i poveri vecchi gloriosi si sacrificano come ex-cavalli da corsa destinati al macello.
«Papà di famiglia» è definito il pilota allenato che parte, arriva regolarmente, resiste ai colpi di vento, non sfascia quasi più o pochino, pochino. Non è brillante. Vola piatto, gira largo, sbanda poco o nulla, diffida delle spirali, entra nei canali soltanto se completamente liberi o dopo averli presi di mira molto da lungi. In compenso è resistente, si specializza nei voli di lunga durata, i voli «da tramviere» che fanno esclamare ai piloti più anziani e più vivaci: «Che barba!»
Poichè avverte che sta formandosi una riputazione, non intacca quella degli altri, parlando sobrio ed esclusivamente in favore del prossimo. Giunto per ultimo, è estraneo alla gloria dei predecessori, si occupa a crearsene una propria, senza passare per la mediocrità dei confronti, per i tormenti della gelosia. Però le narrazioni di eccezionali imprese da lui udite in principio con stupefazione, ora sono riudite da lui con naturalezza: la distanza fra la sua efficienza e quelle imprese è diminuita. Ma non è scomparsa. Il «papà di famiglia» non è ancora prodigo e s'indugia in queste temporanee teorie: «Faccio gli scherzi solo quando è necessario (come se gli scherzi — rapide manovre — si potessero improvvisare). Volo soltanto quando mi comandano.» Siccome i più agguerriti attribuiscono la sua prudenza a fifa e ad incapacità tecnica, egli a sua volta attribuisce in segreto il brio dei più agguerriti ad incoscienza.
Riconosce d'aver torto qualche mese dopo allorchè «sentendo e avendo alla mano» l'apparecchio «si butta» anche lui. Giorno per giorno si fa più disinvolto: anzichè infilare i canali a distanza con lunghi, cauti planè, «li prende» improvvisamente con mezza spirale, raggiunge l'acqua con velocità, eseguisce viraggi e spirali a comandi invertiti, «picchiatone», salite «in candela» montagne russe. E diventa «sbruffone»: ama gli scherzetti a bassa quota, le rapide planate sino a sfiorare i tetti delle case. Gode nel mettere lo scompiglio fra la gente che s'era fermata nelle strade a mirare le sue evoluzioni. Quando scende va a raccogliere le lodi interrogando gl'intimi: «T'è piaciuta la mia spirale?» a somiglianza degli attori che domandano: «C'eri ieri sera?»
Con sgradevole sorpresa raccoglie pure le confidenze degli amici i quali in nome della franchezza e sotto l'usbergo dell'incolumità derivante dai rapporti cordiali, si esprimono su per giù così: «Ora che sei diventato veramente abile, permetti che ti si dica la verità: sino a un mese fa valevi poco. Gli osservatori volavano teco con apprensione. Il comandante domandava: — Ma perchè insiste a volare? — Ora, con sorpresa di tutti, sei riuscito un pilotone. Ma come hai fatto? Sai che oggi coi tuoi scherzi ci hai lasciati a bocca aperta e con i capelli ritti?»
Su queste confidenze, il pilotone svolge amare considerazioni: «.... Ed io che anche un mese fa, anche due mesi fa mi consideravo un gran pilota. Ma non ripudio quella mia opinione che è stata la creatrice della mia attuale forza. Ciò che m'interessa notare è che le lodi, le strette di mano d'allora non erano scrupolosamente sincere».
E diventa superbo, vendicativo. Non invita più alcuno a volare con lui, tranne il fedele motorista, il segreto amico anche delle ore meno liete, finchè il malumore degli esclusi si manifesta con lagnanze, proteste contro le «parzialità» del pilotone. È l'ora del trionfo. Il pilotone recando in volo i critici pentiti e ravveduti, sciorina con maestria, con voluttà tutta la sua arte in una incessante serie di viraggi, spirali, picchiate e cabrate concludendo con un ammaraggio al «burro».
Consolidata su basi salde la sua fama, il «pilotone» domina l'ambiente con le sue virtù ed i suoi difetti, con le sue rumorose censure; segue i voli altrui con espressione di critico incontentabile. Agli apparecchi che gli passano davanti bassi e vicini urla, come i piloti a bordo lo potessero sentire: «Più piede! Tieni il volante a posto! Guardate come derapa! Non capisce neppure da dove viene il vento!»
Allorchè i piloti più giovani rompono apparecchi, egli, quasi non avesse rotto mai, non accetta per buone le giustificazioni, le attenuanti, ma sentenzia: «Dite ciò che volete, ma è stata una schiappinata!»
La parabola continua inevitabilmente la ormai iniziata discesa. Il pilotone è avido di novità: vuol mutare ambiente, persone e sensazioni. Di tanto in tanto, in seguito ad un'arrabbiatura, chiede l'esonero dal pilotaggio, non si comprende bene se per il piacere di udire il «Rimanga» del comandante o per un'effettiva sazietà di voli; accusa una complicazione di disturbi: neurastenia, insonnia, inappetenza; ostenta il suo assenteismo, ma non appena vien richiesto dai superiori un importante volo sul nemico che eseguito da altri potrebbe menomare il suo primato, l'antico orgoglio, l'anima vera prorompono in lui: «Fuori il mio apparecchio» e pretende di partire per primo.