Osservatore e pilota si aiutano vicendevolmente e talora inconsapevolmente nelle rispettive fasi di debolezza. Se l'osservatore, constatando che il tiro antiaereo nemico guadagna in intensità ed esattezza, fa cenno di ritornare, il pilota, il quale non ha innanzi agli occhi che una parte del quadro e che sente il motore funzionare regolarmente, insiste per conservare al volo la rotta e la durata prestabilita: l'osservatore suggestionato riprende lena, limitandosi a correggere la rotta secondo il contegno dell'artiglieria austriaca. Se al contrario il pilota rimane infiacchito da continui perturbamenti atmosferici e vuol discendere, l'osservatore, che non ha partecipato alla fatica e che sta raccogliendo dati importanti sul fronte, insiste per rimanere nel cielo nemico. E il pilota affascinato ritrova nuove energie.

L'osservatore in piena efficienza non si esibisce più di volare con chiunque e per qualunque ragione. Dispone ormai del suo apparecchio, del suo pilota col quale fraternizza, sotto l'influenza dei comuni rischi, fortune e glorie. Desidera volare solo per grandi missioni. Con fremiti di pentimento pensa all'epoca in cui, o per posa o per capriccio, si offriva di volare anche quando esordivano piloti appena arrivati o venivano provati apparecchi nuovi.

La discesa della parabola s'inizia quando per la lunga serie dei voli, l'osservatore acquista la sensibilità dell'apparecchio. Per il fatto che vola senza poter influire sulla manovra, pur comprendendola, l'osservatore è più audace del pilota. Più un aviatore diventa esperto e meno volentieri vola come passeggero.

Il posto anteriore sull'idrovolante da cui non è possibile osservare l'opera del pilota che sta dietro, è la sede di soliloqui come questo: «L'apparecchio sbanda a destra — dice tra sè l'osservatore. — E perchè non viene corretto? Un velivolo ci viene incontro e noi non si muta rotta: che non se ne sia accorto il mio pilota? Eppure gli ho già fatti vari cenni. Ora si plana. Accidenti che picchiata da disperati! Siamo già prossimi all'acqua e ancora si scende a precipizio: che lui non veda l'acqua? C'è specchio! Ah sì l'ha vista! Richiama! Ma io in questo buco non torno più!»

Sono già passati vari mesi quando l'osservatore scopre d'avere imparato a vestirsi per il volo. Nei primi tempi s'imbottiva di maglie, sciarpe, passamontagna, pelliccie, guanti, soprascarpe in modo da trovarsi eccessivamente fornito di calore e impacciato anche per il più semplice movimento. Per quanto anticipasse la sua toilette, riusciva di rado a presentarsi all'apparecchio al momento fissato per la partenza e sempre trovava al suo posto il pilota nella cui muta, crucciata accoglienza, sentiva la protesta. In volo qualche inconveniente interveniva a infastidirlo: o le estremità della sciarpa si scioglievano e agitandosi provocavano gesti dispettosi nel pilota o un passamontagna spostandosi gli copriva ostinatamente un occhio. Particolari da nulla, ma sufficienti in volo per inquietare. Ora l'osservatore possiede un estratto della sua antica toilette che applica con rapidità e praticità. Sarebbe come vivesse con poche ma buone idee in sostituzione delle molte, complicate e inconcludenti dell'adolescenza.

Acquistata la sensibilità della manovra, l'osservatore divide la sua attività fra la vita esterna e quell'interna dell'apparecchio. Se avverte colpi di vento o vibrazioni del motore, interrompe il suo còmpito — a meno che questo non risulti così travolgente da occuparlo tutto — per sorvegliare il pilota. Fa l'osservatore sì, ma anche del pilota. E fa pure il critico: «Se avessi avuto io i comandi, mi sarei comportato diversamente.»

Il suo concetto dominante è: «Se passassi al pilotaggio, imparerei in pochi giorni.» Conoscendolo ipercritico, i piloti, che prediligono passeggeri fiduciosi, ammiratori della loro perizia, tendono a evitarlo. Egli comincia a sentirsi indisposto, a chiedere licenze con frequenza, a patire malumori, a raccogliere talismani contro la iettatura; è gaio quando piove, invoca di mutare squadriglia e di passare al pilotaggio.

L'esaudimento di quest'ultimo desiderio rifornisce l'ex-osservatore di ottimismo. Iniziando le lezioni di pilotaggio, assicura che mediante una decina di voli conseguirà il brevetto. Se i voli diventano venti, venticinque ed anche trenta, asserisce che per pilotare occorrono tre cose: «volare, volare e volare».