Gustato il primo esperimento, gli entusiasti avevano frequentato un corso osservatori insieme ad ufficiali d'artiglieria desiderosi di dirigere i tiri dall'aeroplano che è il migliore osservatorio, insieme ad ufficiali competenti in topografia, leggitori squisiti di carte e di terreni, ad ufficiali reduci dai più svariati sports. Arrivati in squadriglia, i nuovi osservatori s'erano immediatamente proposti di guadagnarsi la fiducia dei piloti e sopratutto di quelli più quotati. Ma all'ultimo venuto non è lecito scegliere, nè esigere il pilota migliore che da tempo è requisito dagli osservatori più anziani.

Il nuovo osservatore esordisce senza nutrire fiducia nel pilota assegnatogli, ma col proposito di ispirare fiducia a lui. Da tale contraddizione scaturisce il disagio, e, per nasconderlo al pilota, l'osservatore, durante i voli, si volge di tanto in tanto a sorridergli come per dire: «Mi piace volare teco. Vedi come sono tranquillo?» Così coglie l'occasione, senza averne l'apparenza, di accertarsi che colui il quale tiene i comandi sia in condizioni normali.

Volendo mostrarsi disinvolto, mentre sa di non esserlo ancora, l'osservatore si alza in piedi, si sporge, ma si tradisce ricacciandosi a sedere d'urgenza al primo colpo di vento. E si tradisce ancor più nella discesa e durante l'ammaraggio, afferrandosi a qualche sporgenza della cabina. Ma se l'ammaraggio riesce regolarmente, egli dichiara giubilante al compagno: «Tu sei un pilotone». In altre parole: «Temevo che tu mi ammazzassi. Ti giudicavo più schiappino. Invece anche oggi porto la pelle a casa.»

La reazione al patema sofferto in volo continua a terra nel neo-osservatore che asserisce d'aver scoperto chi sa quante cose nelle retrovie nemiche. E gli osservatori anziani, fatti scettici dall'esperienza e rammentando come quasi tutti gli esordienti si ritengano in dovere di scoprire batterie nuove, gli rovesciano la doccia: «E la vampa l'hai vista?»

Formatosi la convinzione che il pilota assegnatogli non è il suo assassino, l'osservatore, dopo aver confidato ai colleghi «il mio pilota si fa», diventa disinvolto sino all'esuberanza, eccede nei gesti, trascura di sorvegliare il cielo sopra, sotto e in coda all'apparecchio. Nella sua inconsapevolezza si divaga in volo, non pensa ad alcuna delle insidie aviatorie, privo di quella diffidenza da tecnico che induce il pilota a controllare l'andamento del velivolo col sistema nervoso, con la vista, l'udito, il tatto, e traverso gl'istrumenti di bordo.

Non di rado al ritorno da un volo il pilota è grave, reca nel viso l'ombra di un pericolo corso; l'osservatore in embrione è quasi sempre entusiasta sopratutto del proprio «ardimento» pur non avendo avuto il più vago sospetto di trovarsi minacciato. Le sue narrazioni cominciano involontariamente a prescindere dall'azione del pilota: «Io ho fatto una spirale, poi mi son messo in linea di volo. A un certo punto ho virato, quindi ho ripreso quota....»

«Scusi — gli chiede il capo-squadriglia — e il pilota che cosa faceva?»

È il periodo, questo, in cui pilota ed osservatore, pur cominciando a stimarsi reciprocamente come aviatori, non vanno d'accordo: l'uno vorrebbe preponderare su l'altro. Ma le discussioni servono loro ad assestarsi. Trovati i punti di contatto, la coppia funziona egregiamente; anzi esagera nel mutuo incensamento: «Il mio pilota è grande! — Il mio osservatore è ideale!» E tutti e due, l'uno per l'altro: «Che fegato!»

L'osservatore simboleggia il fine e il pilota il mezzo. Il primo partecipa alla vita esterna dell'apparecchio e il secondo alla vita interiore. L'uno fotografa, prende rilievi, dirige tiri; l'altro manovra. L'uno ha l'entusiasmo di chi crea e l'altro ha la freddezza di chi deve rimanere nel limite delle possibilità. Ne derivano voli meravigliosi. Sino al momento di entrare in zona nemica, l'osservatore ormai maturo, rimane inattivo a sonnecchiare — c'era uno che regolarmente dormiva intanto che l'apparecchio prendeva quota — o a divertirsi nella contemplazione del panorama. Entrato in funzione, si esprime con gesti lenti, rari come un sacerdote benedicente. Oltre raccogliere osservazioni preziose, scruta con metodo ed assiduità la parte di cielo da cui più facilmente può giungere un attacco avversario. Durante il ritorno si volge col viso verso la coda, perchè è in coda che possono mettersi i caccia crociati. Il suo difetto superstite è di sparare con soverchia abbondanza e con precipitazione contro l'apparecchio avversario senza aspettare di averlo bene a tiro. Conquistata anche la freddezza che porta all'economico, esatto impiego delle mitragliere, si delinea in lui la tendenza a sospettare ed a sperare nemici in tutti gli apparecchi in vista, come nei primi tempi egli inclinava — data la sua incompleta preparazione morale — a desiderarli nazionali.