Dopo la sventura la sua filosofia era: «Ormai dovrei essere morto come l'altro. I giorni che mi restano sono un benigno regalo della sorte.» E tra un volo e l'altro sul nemico, dirigeva un'orchestrina di marinai, tipo Piedigrotta, a base di chitarre e mandolini, di quelle che emanano fruscii di zanzare da sopracoperta delle siluranti in riposo nelle ore in cui con la sera scendono le nostalgie.
Intanto che il concertino sì svolgeva, dopo colazione, davanti al quadrato della Stazione Miraglia, si vedevano alcuni ufficiali staccarsi dagli ascoltatori, fra la generale disattenzione e con la medesima usualità di modi con cui si va a gustare il sonnellino quotidiano. E invece andavano a Pola.
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I capi-gruppo e i capi-squadriglia dei caccia eccellevano nella disinvoltura a parlare di acrobazie e ad eseguirle. Usavano con tutta famigliarità: «È semplicissimo — non v'è alcuna difficoltà — basta provare una volta — è questione di spirito più che di tecnica.» E salivano in aria a infilare serie di viraggi e spirali a comandi invertiti, avvitamenti, rovesciamenti d'ala, looping, giri d'ala, mentre l'allievo cacciatore, col naso in aria e a bocca aperta, si sentiva domandare: «E lei quando fa quelle acrobazie?»
Il cielo della Stazione Miraglia rombava di motori dall'alba al tramonto. I piloti liberi «di andare a terra» volavano per allenamento; le squadriglie «franche» si esercitavano in voli d'assieme. I varii cacciatori ingaggiavano prove di duelli. Partenze e arrivi per servizi di guerra si seguivano incessanti come in una grande stazione ferroviaria. Scariche di mitragliatrici, riaccensioni improvvise di motori, sibili di plané colorivano questa sinfonia aerea.
Non era possibile indugiare, in cospetto di sì mirabile efficienza collettiva, a esordire sul caccia. L'allievo aveva a sua disposizione apparecchi a volontà, ritirati dal servizio di guerra, ma validi ancora: — Non si preoccupi di rompere! — gli raccomandavano i piloti.
Nel primo volo è quasi il caccia che porta il pilota, sviluppando una velocità subitanea che lo stordisce; mentre l'idrovolante da bombardamento fatica a disimpegnarsi dall'acqua, quello da caccia s'apre il varco spruzzando spuma a destra, a sinistra, traverso le ali, e anche sul pilota ignaro. Si libra repentinamente, guadagna i mille metri in pochi minuti, fende l'atmosfera con una stabilità inconsueta, morbida, supera i colpi di vento con attimi d'insofferenza, di ribellione alle ali.
Il novellino osserva tutto ciò con voluttà e stordimento. Segue i fenomeni anzichè precederli, rimane rigido ai comandi; dovendo girare e scendere sposta la cloche, i pedali con precauzioni infinite. Gli sembra d'essere tornato ai primi voli. Raggiunge l'acqua con incertezza, frena l'apparecchio quando ancora è a qualche metro dallo specchio, lasciandolo scendere pesantemente, goffamente.
Al secondo, terzo volo, egli si rende conto delle qualità e dei difetti tipici dell'idrovolante-cacciatore, applica i consigli degl'istruttori, si compone un corredo di regole fondamentali, si rinfranca, osa inclinare fortemente le ali, a girare stretto. I suoi progressi procedono sensibilissimi, per cui il comandante, vedendolo ormai incapricciato di scherzetti, lo avverte che può tentare l'avvitamento: «Non si preoccupi, comprenda bene la manovra, l'applichi con decisione, fermezza, e tutto andrà bene. L'apparecchio è sicurissimo. L'esito della manovra è infallibile.»
La spiegazione della manovra, fissata in sobri appunti, fa pensare ad una ricetta del Re dei Cuochi: «Avvitamento. È un modo di perdere quota rapidamente. Si ottiene coll'impennare l'apparecchio a motore spento aiutandolo per mezzo della cloche dalla parte dalla quale desiderate avvitarlo. Nello stesso tempo date timone dalla stessa parte. Potete regolare la velocità dell'avvitamento col timone. Per riprendervi: mettete la cloche e timone in centro poi portate dolcemente la cloche indietro fino a che l'apparecchio non riprende la sua posizione normale.»