Il collega osserva il cielo: « — Eh mi pare che il tempo non sia propizio. Forse domani piove.»
Gli assi curiosi di portarsi in battaglia pure il novello cacciatore, lo incitano a conoscere ed a far sparare in volo le mitragliatrici. Il molto problematico asso vola quasi a fior d'acqua, spara, non riesce a vedere gli zampilli sollevati dai proiettili, viceversa riceve negli occhi il fumo dei bossoli e nelle narici le acide esalazioni; se le armi s'incagliano tenta inutilmente di rifarle funzionare. Ma pure in questo allenamento vince la prova: scorge gli zampilli proprio dove voleva scorgerli — segno che spara giusto — e non è più prodigo di colpi.
L'arte del cacciatore, come quella del risparmiatore, è di spendere poco e bene. Basta di perforare l'acqua. Altri bersagli aspettano: le lugubri croci. E immagina combattimenti nei quali riesce a mettersi in coda all'avversario e lo abbatte. Non dubita neppure di mettersi in coda. Si prende la rivincita contro i patemi sofferti quando avendo il pigro apparecchio pesante, temeva che i caccia austriaci o tedeschi si mettessero in coda a lui. Allora faceva consistere la sua abilità nel disimpegnarsi da attaccanti più agili, ora è smanioso di attaccare e si sente un signorotto del cielo.
Mentre egli fantastica sulle sue ipotetiche vittorie, gli autentici cacciatori che ogni giorno vanno a Trieste, Rovigno, Pola, conseguono vittorie effettive. Al ritorno ognuno descrive la sua parte nella battaglia. Ognuno è una faccia diversa di quel fenomeno complesso che è l'audacia: c'è l'audacia sprezzante, orgogliosa dell'intelligente paradossale che si esprime fra sprazzi d'ironia e di umorismo sul conto dell'avversario; c'è l'audacia sfavillante, serena, canora e nello stesso tempo matematica dell'uomo impetuoso e calcolatore; c'è l'audacia fredda del pilota consumato nel lungo servizio, tutta nutrita di tecnica, ricamata di virtuosità, di eleganza, di raffinatezza; c'è l'audacia dell'insoddisfatto che non si confida, che rimane inalterabile sotto la sua maschera di scherno, sotto la sua breve parola tagliente.
Un combattimento fra pattuglie aeree non si può ricostruire, come non si può narrare a traverso quali procedimenti una matassa si è imbrogliata poi disimbrogliata, trattandosi di una complicazione di simultanei attacchi e contro attacchi, di cabrate, planate, rovesciamenti d'ala, avvitamenti, mitragliate, fughe, inseguimenti....
E intanto continua la sovrapposizione dei racconti fra i reduci dal combattimento: un pilota tutto fulvo come un lioncello, irrompe con i suoi «Era notte!» per dire «Erano momenti pericolosi!» «Quanti K. C'era da fare un'insalata, mamma mia. Ma prima bisognava fare la festa ai caccia», e nella sua mimica di siciliano s'accompagna con gesti guizzanti come coltellate. E per lasciare intendere che il suo avversario aveva manovrato bene, gira il pollice e l'indice uniti della destra sulla guancia come dovesse chiudere un rubinetto.
Un altro pilota, dall'apparenza di giovinetto, forte come i marmi della sua Lunigiana, dall'aria sempre sonnolenta sotto gli occhi socchiusi, con la voce cavernosa, mugola brevi, saporiti epiteti per non aver potuto abbattere altri Ago austriaci, oltre i tre obbligati a scendere. Un volontario di guerra venuto dalla maschia Brescia, tarchiato nella figura, con nel viso l'impronta di due forze — quella lombarda e quella montanara — dice, con flemma e a tono basso meno di quanto gli è accaduto, di quanto ha fatto, sperdendo le ultime parole con un «ma non vale la pena di narrare».
Rimane silenzioso, dolente uno dei combattenti il quale interrogato mostra una pallottola incurvata: — «Non ho potuto sparare causa questa....» e giù epiteti.
Entrano le torpediniere con a rimorchio gli Ago e a bordo due aviatori austriaci fatti prigionieri. La massa dei gregari, abituata alla vista dei trofei di battaglia, si schiera lungo le sponde a mirare la scena con calmo sorriso di perfetta soddisfazione. Chiusi i ricoveri, si reca come a una festa a sfilare davanti alla preda. Intanto si diffonde il «Noi abbiamo abbattuto tre Ago». Lo coniugano i meccanici, i montatori e i mitraglieri dei caccia, i marinai della manovra che accompagnarono nell'acqua e ritirarono all'asciutto i caccia, prima e dopo il combattimento.
Solo, inosservato, l'allievo cacciatore immagina con un'orgia di fantasia quando ufficiali e marinai accorreranno ad ammirare l'apparecchio abbattuto da lui. Si presenta al comandante a chiedergli di essere messo in turno per la prossima missione.