« — Volentieri. Domani lo mando in pattuglia sul Piave, zona eccellente per l'allenamento dei cacciatori.»
Sul Piave e a Pola.
Quattro idrovolanti da caccia, uno dei quali pilotato dall'esordiente cacciatore, spiccarono all'indomani il volo per scortare un idrovolante da bombardamento incaricato di fotografare opere militari nemiche sul Piave. L'esordiente, partito per ultimo, si mise a girare per il cielo con il naso in aria per non smarrire di vista i quattro apparecchi già più alti. Piegava a destra e a sinistra, saliva manovrando come un corridore ciclista che non guarda la macchina sua, ma quella dei rivali. Il cielo popolato, la preoccupazione di procedere «assuccato» con altri velivoli, gli toglievano la sensazione di librarsi nell'atmosfera.
Egli constatò che i voli d'assieme provocano un esercizio di conteggio elementare che quel giorno andava dall'uno al quattro. Mentre saliva verso il Piave, egli, ogni uno o due minuti, rifaceva il conto: «Il primo, con la macchina fotografica, mi è avanti più basso; il secondo mi è a destra e segue la costa; il terzo mi è a sinistra, più alto. Il quarto dov'è? Mi sarà sopra o sotto? a destra o a sinistra?»
L'esordiente volgeva indietro la testa, ma non l'apparecchio. Si proponeva di evitare una eventuale collisione, con la stessa tranquillità con cui si evita un ciottolo per istrada. Il volo in pattuglia gli suggeriva un soliloquio ininterrotto a base di dubbi, sospetti, patemi, letizie, entusiasmi, spaventi...: «Ecco il quarto. È sopra a me, a sinistra. Riepiloghiamo. Uno davanti e sotto: va a fare le fotografie. Due a sinistra diretti al ponte della Grisolera. E fanno tre. Il quarto sulla costa diretto alla foce del Piave. Come salgono i tre caccia. Cabro anch'io. Un'occhiata agl'istrumenti di bordo. Olio a 8: bene. Benzina a 3,50: bene. Temperatura a 70: benissimo. Cabrato a 20: niente di male. 1350 giri di motore: cosa vuoi di più? E i tre caccia dove sono andati? Che scherzo è questo?»
Il pilota, senza virare — sempre per la famosa ragione delle collisioni — volse il capo più che potè e scoprì i tre caccia più bassi e più indietro. Riprese il monologo: «Il torto è mio perchè vado alla massima velocità. Ora riduco i giri di motore e il grado della cabrata. Eppure il capo-squadriglia m'aveva raccomandato di procedere alla minima velocità. Il caccia non è come l'apparecchio pesante e può prendersi il lusso di librarsi con una lieve forza di sostentamento. Io mi comporto ancora come fossi sul «pesante». È più difficile di quanto si immagini rimanere in compagnia per aria.»
Gli altri quattro idrovolanti nel frattempo erano scomparsi di nuovo. L'esordiente era a 3200 metri e gli altri erano scesi a 1000 metri. Il difetto essenziale dell'esordiente consisteva nell'accorgersi sempre in ritardo, anche di pochi secondi, delle evoluzioni altrui. Per apparecchi che filano a 180-200 chilometri all'ora, bastano pochi secondi a distanziarsi l'uno dall'altro sino a ridursi dei puntini. «Perchè sono scesi così a bassa quota? Forse per qualche incidente? Mi abbasso anch'io. Non è igienico rimanere solo a 3200 metri presso le linee. I tognini hanno la pessima abitudine di navigare in tanti e ad altissima quota. Sarebbe uno scabroso inizio per me combattere contro dieci o dodici. Non son mica Piccio, io. Lo diventerò, ma per ora mi basta averne contro due o tre; o uno....»
I quattro idrovolanti pareva sfiorassero l'acqua davanti alla foce del Piave. È incredibile come scompaia la percezione della distanza fra l'aeroplano e il terreno (o il mare) allorchè li si osserva da una maggiore altezza. Sembra che il sottostante apparecchio rada il suolo e al contrario è librato a 1000 a 1500 metri. Intanto i quattro idrovolanti continuavano a volteggiare davanti alla foce del Piave come quattro api indecise ad entrare nell'alveare. Mille metri sopra virava stretto, senza perdere quota, e senza perdere d'occhio la situazione generale, l'esordiente tutto intento a evitare sgradevoli sorprese.
Poichè il cielo appariva senza croci e poichè i quattro idrovolanti continuavano a scherzare sotto il naso, anzi sopra, del nemico, il cacciatore novello, per il quale il fronte del Piave era nuovo, lanciava sguardi pure lungo il fiume risalendolo sino ai monti dolomitici. Lassù erano Feltre, Belluno.... Quanta melanconia! E sì che in volo non v'è soverchio posto per le meditazioni prolungate. Ma al pilota abituato l'anno prima a volare sul Carso, pareva inverosimile che il fronte, visto di lassù, da dove i limiti tracciati nella terra sembravano segni di giuochi infantili, pareva inverosimile che il fronte fosse sceso fino a rendergli invisibili i luoghi che aveva temuto ed amato, l'Hermada, il Faiti, il Vallone, Gorizia, il Sabotino, il Monte Santo, l'Isonzo, i luoghi coi quali aveva stretto famigliarità in quotidiani contatti.
Il Piave nuovo fronte! Quante volte eseguendo riposanti, dilettevoli voli di servizio fra Venezia e Grado, egli aveva guardato quel fiume, così lontano allora dalla guerra, come si considera la prima stazione di un viaggio. E quel fiume era diventato la stazione d'arrivo per giungere sul nemico. Sulle sponde i paesetti, le borgate inconsapevolmente ridenti sino ai primi giorni del novembre 1917, si presentavano ormai come mucchi d'ossa biancheggianti sotto il bruciore del sole. La campagna, di qua e di là dal fiume, come un viso giovane solcato dai precoci segni del dolore, si svegliava alla primavera con quel colore di terracotta, con quelle macchie disuguali creati dal tormento delle artiglierie, con le sottili rughe, con le scalfitture che corrispondono alle trincee, ai viottoli, alle strade dal fresco taglio.