La missione di guerra distolse dalle meditazioni il pilota. I quattro idrovolanti s'erano lanciati sul Piave. E anche il quinto si mise in rango. Nel passare dietro ai primi, alla stessa quota, il quinto ballonzolò vivacemente per le soffiate le quali sul caccia non allarmano: «Potrei, come conseguenza estrema, avvitarmi, ma dopo mi svito!»
L'idrovolante da ricognizione arrivato sul ponte della Grisolera smozzicato dall'artiglieria nostra, vi si avventò sopra intanto che l'osservatore faceva scattare l'apparato fotografico, poi si risollevò, ridiscese ancora per mutare incessantemente quota. Sotto di esso i colpi fitti dell'artiglieria componevano come un mazzo di fiori neri, bianchi e rossi. E come intorno ai fiori stanno le lunghe palme verdi, così intorno al mazzo detonante dedicato al fotografico, stavano i colpi più alti, più distanziati per i cacciatori, non escluso il novizio che si trovò a tu per tu con una nube nera.
Uscito dal fumigante contatto, il novizio dovette riprendere il conteggio dall'uno al quattro: «Ma dove sono andati? Erano qui sotto un momento fa! Ah eccoli! Che scompiglio!»
Un caccia gli passò sopra pochi metri, di traverso; subito dopo un secondo si presentò di sbieco in discesa quasi stesse per precipitarglisi addosso. Con una manovra che neppure lui avrebbe potuto ricostruire, il pilota, paventando che la famosa collisione stesse per realizzarsi, si trovò con la prua rivolta al mare, mentre un istante prima era rivolta ai monti: «Sono salvo. E il fotografico dov'è? Conto soltanto tre apparecchi. Tutti sopra me. Fanno le capriole. Rovesciamenti e giri d'ala, cerchi della morte, avvitamenti. Manicomio aereo per sbalordire l'artiglieria avversaria. Faccio il pazzo anch'io.»
Cloche alla pancia, pedata a sinistra, gambe in aria, testa in giù, sospeso nel vuoto, apparecchio sulla schiena, in piedi, seduto, in linea di volo. Ma intanto, dopo questo looping d'ala, l'esordiente era più basso di tutti. E non era contento neppure di tale situazione: «Se salgono dei caccia crociati, il primo a incontrarli sono io. E invece dobbiamo incontrarci pattuglia contro pattuglia. Eccomi di nuovo solo!»
L'esordiente s'ingolfò in spirali sopra Cortellazzo come fa colui che avendo smarrito improvvisamente la compagnia in un centro affollato, gira intorno a sè stesso per cercarla: «Oltre il Piave nessuno. Sul mare nessuno. Verso i monti nessuno. Sulla laguna.... Sì, sì. Eccoli là. Uno, due, tre.... tre.... tre.... e quattro. Ritornano! Ed io stavo qui a fare le capriole.»
L'esordiente diede tutti i gas al motore e via in linea di volo alla massima velocità. Lo chiamava un ritorno, ma psicologicamente si assomigliava ad una fuga: «Sono solo, capisci? E se qualche tognino sceso dal cielo mi si mette in coda? Non scendono solo gli angeli dal cielo. Forse in coda li ho già. Faccio dietro-front. Ma se mi volto perdo tempo. E se mi volto, anche i tognini farebbero altrettanto.»
Il sospetto divenne intollerabile. Il pilota eseguì un dietro-front repentino per cogliere di sorpresa gli eventuali inseguitori. Nessuno. Tornò tranquillo: «Però come si diventa impressionabili in certi momenti di volo. E sufficiente un'idea disgustosa a mettere di cattivo umore.»
Ripresa la serenità, il cacciatore reduce dal suo primo esperimento non fu insensibile alla visione della laguna che, sotto i riflessi di un tramonto turbato da bigie masse vaporose, sembrava una enorme bolgia d'argento incandescente. Per altri riflessi di raggi sfuggenti da nubi meno grigie e dense, Venezia e le sue isolette si mostravano quali pezzi d'oro cesellati. Sulla verticale di Venezia l'effetto di luce mutò ancora e presentò la regale città bianca come una trina antica sul fondo azzurro cupo dei canali tortuosi, complicati. Oltrepassata e ormai lontana, Venezia non era che una nube viola, oblunga, posata sulla laguna senz'acqua tanto il fondo era visibile nelle sue diverse tinte giallastre e verdastre di immensa foglia macerata e striata.
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