La pattuglia avanza e sale con calma, con motore ridotto, per restare ordinata dietro al primo dei suoi apparecchi che è da ricognizione. L'atmosfera pulita da un temporale qualche ora prima, è trasparente, inebbriata di luce pomeridiana: dopo le convulsioni della mattina ora si riposa e accarezza, tracciando lunghe striature nel mare su cui tutte le sfumature dal celeste al turchino sono prodigate.
All'altezza di Punta Maestra, dove sembra che il papà dei fiumi italiani protenda le sue braccia per assistere quanto può i velivoli nazionali lanciati su Pola, la pattuglia prende rotta decisa sulla piazzaforte austro-ungarica. All'allievo cacciatore, mentre più avanza, sfugge gradatamente il senso della non comune missione, forse perchè è ininterrottamente occupato a restare in rango, forse perchè è in compagnia di cacciatori già usciti vittoriosi dai combattimenti precedenti. È quasi certo di trovarsi a un'ora di distanza dal suo primo scontro come cacciatore — perchè ognuna delle pattuglie andate a Pola nelle ultime settimane aveva incontrato idrovolanti avversarii — ma lo assiste una fiducia completa che non sa se attribuire a presunzione o a scarsa valutazione della realtà. Molto probabilmente deriva dal sapersi l'allievo cacciatore su un apparecchio suscettibile di qualsiasi manovra, ubbidiente alle esigenze dell'attacco e della difesa.
La formazione dei cinque caccia procede a organetto: allargandosi e stringendosi, con allungamenti ed accorciamenti. Di tanto in tanto il novellino osserva l'orizzonte, ma non scorge che una lunga fascia violacea forse costituita dal contatto tra la costa istriana e nubi basse. La pattuglia aumenta di quota e di velocità. A 3500 metri, trascorsi appena quindici minuti dal momento in cui la pattuglia aveva scapolato Punta Maestra, già la costa istriana verde, azzurra e violacea rivela le sue maggiori insenature, le sue rotondità, le chiazze gialle delle sue città. Viene riconosciuto con precisione il Leme lucente e penetrante nelle colline a guisa di larga e lunga lama.
La visione dell'Istria abolisce il computo del tempo, suscita nell'allievo cacciatore i ricordi della guerra aerea vissuta l'anno precedente quando da Grado s'univa ai bombardieri aerei che ostacolavano i movimenti delle navi da Pola a Rovigno, da Rovigno a Parenzo, a Cittanuova, a Trieste. Non come nemica ma con il più brillante dei suoi sorrisi, con il più intenso fascino panoramico, l'Istria saluta la pattuglia tricolore. L'allievo cacciatore in cospetto di Rovigno, Parenzo, Cittanuova, Umago, risente la letizia che danno le vecchie, care conoscenze. Sono tutte come affacciate sul mare, collegate tra loro da sottili file di minuscoli puntini bianchi: i piccoli paesi si presentano quali perle di una collana.
A 4000 metri la pattuglia si dirige all'estrema punta dell'Istria, Capo Promontore. Un sano orgoglio vivifica i sei piloti che dominano tutta l'Istria, l'imboccatura del Quarnaro, le isolette di Unie e Sansego. Nello sfondo le alture oblunghe, tozze, rosate dell'Isola di Cherso.
Raggiunta la verticale di Capo Promontore, la pattuglia punta decisamente verso Pola; e il novellino, da 4200 metri, ha finalmente sotto di sè la famosa piazzaforte la cui grazia di città moderna, dalle vie regolari, diritte, dal colore di cosa nuova, di città adagiata come su un guanciale verdissimo di miti colline, contrasta colla tinta cupa, col suono minaccioso della sua fama militare. La sensazione di volare su Pola è data più dall'aspetto torvo del suo arsenale, nero e fumigante di carbone in vivace contrasto con il candore della città postagli intorno come voluttuosa parassita, che dalla visione della flotta la quale nella sua immobilità, nell'assenza di vita persino nei fumaioli, nella sua disposizione di oblique parallele, nelle proporzioni minuscole, la fanno sembrare dall'alto più che un'adunata di armi terribili, una raccolta di giuocattoli innocui.
Se non fumasse l'Arsenale, e se non si scorgesse qualche bruno tozzo galleggiante lasciare bianche pigre scie tra gli isolotti che spuntano come ciuffi verdi nel turchino del porto, Pola sembrerebbe una città abbandonata. Se a un tratto il cielo non si colorisse di scoppi variopinti e se in uno degli isolotti del porto, base di una squadriglia, non si scorgessero alcuni idrovolanti, queste divagazioni sulle apparenze di una piazzaforte marittima vista dall'alto, potrebbero continuare. Ma la città inanimata a terra, si anima in cielo e gli aerei avversari forse si dispongono ad accettare la sfida degli aerei tricolori.
Le nubi basse, avvistate un'ora prima, si sono sollevate, ingigantite dietro Pola: lampeggiano e allungano tentacoli nerastri come giganti offesi per l'esplorazione che i velivoli italiani stanno eseguendo.
Intanto che l'idrovolante da ricognizione fotografa la flotta austriaca — perchè gl'italiani possano almeno vederla in effigie dato che essa è decisa a non mostrarsi, come le viole mammole — i cacciatori incrociano davanti alle isole Brioni e alla diga di Pola sempre fissando gl'idrovolanti immobili sul loro isolotto a guisa di ostriche. Trascorre così poco meno di mezz'ora. In luogo degli aerei nemici, avanzano le nubi. I cinque caccia, uno in coda all'altro, traversando una massa di vapori candidi, inseguiti da un raggio di sole, proiettano nella nube i riflessi dei loro cerchi tricolori. La massa si tinge di rosso e di verde e a dispetto del nemico, aggiunge il suo bianco per comporre il simbolo italiano.
Poichè le fotografie sono ormai prese, il temporale s'avvicina e gli aerei austriaci restano lontani, la pattuglia riprende la rotta del ritorno inseguita dai tentacoli sempre più avidi delle fosche nubi.