Fantino entrò nella sala, e diede il buondì ai due interlocutori.

—Caro nipote, disse il signor Fabio in tuono di chi rimprovera dolcemente, quest'oggi ti sei trattenuto a letto un po' troppo tardi, e perciò io debbo sgridarti. Le ore del mattino sono preziose per lo studio, e bisogna metterle a profitto. Lascia che ti guardi più da vicino. Sì, tu sei alquanto smorto, e sotto gli occhi hai un certo lividore…. ti sentiresti male?

—No in verità, rispose il giovane abbassando gli sguardi come un colpevole.

—Tuo zio ti ama tanto che s'inquieta per nulla, disse Leonardo.

—Certo che io lo amo, e che voglio vederlo felice. Non è egli mio nipote, anzi mio figlio? Non ho io incontrato la seria obbigazione di fargli da padre? Io non mancherò, sicuramente al mio impegno, ma tu pure dal canto tuo devi corrispondermi coll'obbedienza, colla buona condotta, e coll'utile impiego del tempo. Via, siamo giusti. Le mie premure fruttano abbastanza bene, e mi chiamo di te contento. E tu puoi lagnarti di tuo zio?

—Tutto il contrario. Voi siete buono, affettuoso, compiacente…. io non ho nulla a desiderare in casa vostra.

—Baroncello, tu mi conosci eh? Per bacco, io non so essere rigoroso colla gioventù. Io acconsento che tu ti diverta, ma onestamente, non a scapito de' tuoi doveri. Come ti è piaciuta la commedia di jeri sera?

—Moltissimo…. una commedia spiritosa, interessante….

—E soprattutto castigata e morale quanto si può desiderare, aggiunse
Leonardo.

—Va bene, ciò mi consola. Ti raccomando di nuovo, Leonardo, l'attenzione su questo particolare. Io permetto a mio nipote di frequentare il teatro, purchè vi si rappresentino cose conformi ai buoni costumi. Pur troppo sento dire che oggidì molte composizioni teatrali peccano di disonestà, e sono scuola di scandalo e di corruzione.