Le bestemmie e le imprecazioni che si odono, le baruffe e gli scandali che succedono nel cortile e sopra le loggie di questa casa, le scene di violenza, di vizio e di miseria che hanno luogo nelle camere, i ceffi paurosi che s'incontrano negli anditi ammuffiti e lungo le scale anguste, le figure abbrutolite dall'inedia o dall'abuso dei liquori che vanno e vengono per questa porta metterebbero i brividi e la confusione fra gli ottimisti che magnificano la civiltà e le dolcezze dell'attuale progresso. No, signori ottimisti e panegiristi del benessere e della moralità del popolo, voi dipingete le cose come se fossimo tornati al secol d'oro, ai tempi beati dell'innocenza e della felicità universale. Suvvia, non esagerate il bene, e non dissimulate il male. Certamente Milano ha una quantità di stabilimenti filantropici e di buone istituzioni che nessun'altra possiede. I ricoveri dei bambini lattanti, gli asili dell'infanzia, le scuola elementari dominicali, quelle di arti e mestieri, gli orfanatrofi, gli ospizi d'ogni maniera, il patronato pei liberati dal carcere, i luoghi di ritiro per la gioventù pericolante, gl'istituti elemosinieri, ed altre emanazioni della carità milanese sono invero sante provvidenze e meritevoli d'ogni benedizione. Tuttavia siamo lontani che tutti i bisognosi possano o vogliano parteciparne, e quindi lontani che la miseria e il mal costume siano distolti. Su tale argomento non bisogna dunque illudersi nè illudere gli altri. Lodiamo pure la generosità di chi ha innalzato e di chi mantiene questo grande edificio della pubblica beneficenza. Diciamo pure i mali che previene, i disordini che ripara, e le lacrime che asciuga, ma nello stesso tempo facciamo noto che il rimedio non è abbastanza efficace nè generale. Molto rimane a fare per vantaggio della classe povera, e le sue condizioni materiali e morali non arrivano ancora a quel grado di miglioramento che si può ragionevolmente sperare. Questa verità si deve dirla francamente, non per fare uno sterile lamento, ma per illuminare i benefattori del popolo sulle piaghe ancora esistenti, e per infervorarli sempre più nella santa opera di risanarle.

Al S. Michele del 1854 un muratore venne ad abitare due camere in questa casa, non sapendo probabilmente come fosse infetta e malaugurata. Egli aveva la moglie, due figli maschi dai cinque ai sette anni, ed una femmina di sedici. Inoltre ricoverava da qualche tempo il padre di sua moglie, un vecchio indebolito di vista che non poteva più lavorare del suo mestiere di canestrajo. Era una buona e quieta famiglia che viveva col pane della fatica, ma condito dalla pace e dall'amore. Stabilitasi appena nel nuovo albergo, il più terribile infortunio venne a piombarla del lutto e nella desolazione. Il povero muratore cadde dal ponte di una fabbrica, e rimase morto sul colpo. È inutile il dire le scene di pianto e di disperazione che accaddero fra i superstiti all'annunzio ed in seguito di tanta sventura. Ecco una famiglia rimasta priva del sostegno che la faceva vivere col frutto del suo mestiere. Oh, le lacrime sono doppiamente amare quando si piange la perdita d'una persona cara, ed i mezzi di sussistenza che vengono a mancare con lei! Quali risorse rimanevano a questi tapini? Il lavoro della madre e della figlia, lavoro di donne che rende generalmente uno scarso guadagno. La prima faceva treccie di paglia colle quali si compongono stuoje, e la seconda era operaja nella fabbrica dei tabacchi, guadagnando fra tutte due un trenta soldi al giorno. Quell'epulone che è solo, e cui non bastano cento lire al giorno, mi dica egli come possono vivere cinque persone con trenta soldi, principalmente oggidì che tutto costa caro? Quell'epulone si scuote nelle spalle, e risponde che egli medesimo per vivere senza stento avrebbe bisogno del doppio di quanto ha.

La grama famiglia tirava innanzi come Dio vel dica, ricevendo di quando in quando un sussidio dal parroco, e impegnando o vendendo nei giorni di maggior penuria qualche capo di rame o di biancheria. Il povero vecchio gemeva secretamente di essere a carico della figlia e della nipote, e si rimproverava di togliere loro il pane di bocca. Alle volte fingeva di non aver fame per mangiar poco, o per astenersene del tutto. Queste privazioni lo costringevano poi ad un atto, pel quale aveva grandissima ripugnanza e vergogna. Dopo aver condotto i due fanciulli alla scuola infantile, il che era sua incombenza, girava una contrada remota, o si appostava sotto una porta, aspettando al varco qualche persona ben vestita per domandarle con voce tremante un poco di carità. Egli cercava pure di occuparsi in qualche faccenda permessa dalle sue deboli forze e da' suoi occhi poco veggenti, ed era tutto lieto quando gli riusciva di mettere in mano a sua figlia alcuni soldi guadagnati portando un fardello, scopando un cortile, o facendo altri servigi di questa sorta. Se il tempo era buono, usciva ancora della città a raccogliere pei campi e lungo le siepi dei fuscelli di legna, ed era per lui un'altra cagione di contentezza quando ne portava a casa un bel fascio.

Ma perchè mai Tribolo mostra tanto interessamento per questo meschino? Perchè lo saluta e gli sorride amichevolmente? Perchè gli offre sempre una presa di tabacco, e lo chiama il suo caro Antonio? Egli spinge non di rado la cortesia fino ad invitarlo nelle sue stanze a bere un bicchierino di liquori. E queste dimostrazioni di cordialità principiarono dal giorno che morì suo genero il muratore. La cosa è molto strana, e fuori del naturale. Antonio medesimo, che sa di non avere alcun titolo a questo trattamento, ne fa le più alte meraviglie, e conchiude che ciò non può essere altro che un effetto della bontà straordinaria di Tribolo. Costui gli disse un giorno, dopo averlo regalato di rosolio: Caro Antonio, se io fossi in grado, vorrei darvi qualche soccorso, perchè siete un uomo dabbene, e perchè le vostre disgrazie mi destano compassione. Ma io sono povero quasi come voi, e non posso donare agli altri quello che basta appena per me. Nondimeno le mie finanze mi permettono d'imprestarvi un pajo di talleri, senza un centesimo d'interesse, e dandovi tutto il tempo che vorrete per farmene la restituzione. Eccovi le due monete, che vi prego di accettare. Antonio restò commosso a questo tratto di amicizia, ma rispose che ne avrebbe approffittato nel solo caso di un'estrema necessità. La maggior parte dei bisognosi, a cui si offrissero danari in prestito, accetterebbero sul momento senza pensare al come poterli restituire. Costoro tirerebbero in lungo il debito fino all'infinito, colla scusa sincera della propria impotenza a pagare, o coll'audace pretesto che essi non avevano già domandato di farsi debitori. Antonio avrebbe accettato un'elemosina, ma pensava che un prestito gli avrebbe turbata la quiete e levato il sonno. Dopo alcuni giorni accadde che sua figlia si ammalò in conseguenza del troppo lavoro, e dell'affanno sofferto per la morte del marito. Egli si sentiva straziare l'animo al vederla priva di cibi sostanziosi, con una coperta leggera sul letto e coi lenzuoli laceri, perchè i buoni erano stati messi in pegno. Allora si ricordò dell'offerta fattagli da Tribolo, e non potè resistere alla tentazione di giovarsene per provvedere ai bisogni dell'ammalata. Contraendo questo debito, egli si proponeva di nasconderlo alla famiglia, e di pagarlo quando avrebbe radunata la somma col deporre in un salvadanajo ciò che potrebbe spizzicare da' suoi eventuali guadagni. Ci voleva molto tempo a mettere insieme due talleri soldo a soldo, ma egli si ricordava altresì di potersi pigliar comodo alla restituzione. I due talleri furono sborsati da Tribolo con un piacere, che Antonio non provò l'eguale a riceverli. E sì che il buon vecchio vedeva in quelle monete il mezzo di confortare la sua cara figlia. Giacchè non voleva dire d'averle avute in prestito, bisognava che inventasse una favola per giustificare la loro provenienza. Egli entrò dunque facendole ballare in mano, e dicendo tutto allegro che la provvidenza gli aveva fatto vincere un ambo al lotto. Sì, un ambo al lotto, replicò egli per dissipare l'incredulità della figlia. Io non giuoco mai, è vero, ma questa volta mi venne l'inspirazione di giuocare i numeri di un sogno, e la fortuna mi ha favorito. Grazie a tale fandonia, l'ammalata si consolò, i lenzuoli furono disimpegnati, e per qualche giorno v'ebbe in casa provvigione del necessario.

Cecilia, la nipote di Antonio, l'operaja alla fabbrica dei tabacchi è una bella fanciulla, bionda di capegli, bianca di carnagione, e delicata di forme come una figlia di nobile razza. Non dispiaccia alle contessine e alle marchesine questa mia asserzione, e non l'abbiano per ardita e profana, essendo una verità incontrastabile. Anzi vi sono contessine e marchesine meno bianche e meno delicate di lei. Se vogliono assolutamente aversene a male del paragone, pensino per calmarsi, che Cecilia porta i zoccoli di legno ed una veste di cotone rattoppata, che mangia pane bigio quando ne ha, e che lavora a fare quei sigari che per avventura sono fumati dai galanti giovinotti che aspirano alle loro grazie.

La venuta di Cecilia in questa casa aveva destato la curiosità, la maraviglia e l'interessamento di tutti i pigionali. Uomini e donne parlavano della giovinetta bionda, spiavano l'occasione di vederla, di salutarla e di fare la sua conoscenza. Dire i pettegolezzi, i comenti e le supposizioni fatte pro e contro di lei, sarebbe cosa impossibile. Della sua bellezza tutti convenivano, e della sua virtù i buoni soltanto. Chi era cattivo, la somigliava a sè stesso, per la sola ragione che abitavano sotto il medesimo tetto. I buoni si consolavano di aver comune con lei l'abitazione, parendo loro che la sua presenza ne avrebbe purificato l'atmosfera infetta. I cattivi volgevano nell'animo pensieri e disegni proprj della loro natura. Due mariuoli si proponevano di sedurla, ciascuno per suo conto, e principiarono sfacciatamente le loro manovre. Una vecchia peccatrice le sorrideva e cercava di amicarsela colla mira di darla in braccio a qualche libertino che pagasse bene il servizio. I più discreti si contentavano, incontrandola, di farle un vezzo villano, e di dirle certe parolaccie che la facevano arrossire come una bragia. Povera colomba, fra quali corvi era caduta!

Il più astuto e maligno di questi corvi era Tribolo, il quale per circuire ed insidiare una preda nessuno lo superava. Non è già che egli fosse invaghito di Cecilia, e che operasse per soddisfare una sua voglia amorosa. Tribolo non aveva nessuna inclinazione per le donne, e fossero pur belle come Venere, non gli destavano il più piccolo desiderio. La sua grande ed unica passione, quella che gli teneva luogo di tutte, era l'amore del danaro. Egli dunque insidiava Cecilia per commissione altrui; era il bracco del cacciatore. Un ricco bottegajo dei dintorni aveva veduto la fanciulla, e concepito un'ardente brama di possederla a suo modo. Costui apparteneva alla specie di quegli attempati libertini, che la morte soltanto può guarirli della lussuria. Uomo dai quarantacinque ai cinquant'anni, grosso e tarchiato, colla faccia salsedinosa e bernoccoluta, goffo di parole e di maniere, non aveva altro mezzo di vincere una donna fuorchè quello delle monete. Laonde tutte le sue conquiste erano fatte nella classe delle giovani bisognose, e per mezzo ancora di torcimani, che parlassero in suo favore, e le disponessero alla caduta. Questi preliminari erano indispensabili, altrimenti volendo mettere innanzi la sua figura e trattare da sè la propria causa, non sarebbe riuscito a nulla. Eppure questo fauno ributtante non si contentava di roba mediocre, ma voleva avere fior di bellezze e di gioventù. Tribolo, che lo aveva servito in altre occasioni, si preparava adesso a servirlo di nuovo, e con zelo maggiore, a motivo che la ricompensa promessa era larga più del consueto. Questo aumento avvenne in parte perchè il bottegajo trovò la fanciulla molto di suo genio, e in parte perchè Tribolo espose i grandi ostacoli che bisognava superare per vincere la sua virtù. I grandi ostacoli esistevano realmente, quantunque il mezzano, volendo presentare l'impresa come difficile per farsi pagar meglio, li avesse dichiarati prima ancora d'averne fatta la prova. Egli cominciò a tendere le sue reti a Cecilia, guardandola coll'occhio e col sorriso della bontà, volgendole parole garbate e facezie oneste ogni volta che s'imbatteva in lei, e le volte erano frequenti e non procurate dal caso. Abitando essa il piano superiore a quello di lui, doveva necessariamente passare dinanzi al suo uscio quando andava e tornava per le sue faccende. L'uscio era aperto, e il vecchio si trovava occupato ora a spazzolare il suo vestito, ora a nettare le sue scarpe, ed ora a stuzzicare il suo merlo in gabbia, senza parere che pensasse ad altro. Ecco belle e naturali occasioni di fermare la fanciulla, di cambiare parole seco lei, e d'invitarla a venir dentro per vedere il suo piccolo appartamento. Come poteva essa non corrispondere alle gentilezze di un vecchio così affabile, così lieto d'umore, e così onesto d'aspetto? Egli era il solo uomo in quella casa che le fosse simpatico, e col quale s'intrattenesse volentieri. Infatti, mentre gli altri la guardavano avidamente, le mormoravano propositi indecenti, e le mettevano le mani addosso, egli solo si mostrava rispettoso nel contegno e nel discorso. Quando Tribolo si ebbe in tal modo procurata la sua confidenza, cambiò linguaggio e tentò bel bello il colpo della seduzione. È un peccato, diceva, che una sì bella tosa debba vivere nella miseria. Tu meriteresti uno stato di prosperità, e te lo desidero di tutto cuore. Io sarei contento di vederti meglio nutrita e meglio vestita di quello che sei. Quale risalto darebbero alla tua bellezza un abito di stoffa non ordinario ed uno sciallo confacente all'abito! Come starebbero bene i tuoi piccoli piedi calzati in un pajo di stivaletti alla moda! Altro che zoccoli! Eppure io conosco alcune ragazze che erano povere e mal in arnese al pari di te, e che ora vestono pulitamente, mangiano di buoni bocconi, ed hanno la borsa ben provveduta di danaro. E come avvenne questo cambiamento? Avvenne perchè ciascuna di esse ascoltò le proposizioni di un amante ricco e generoso, che sovviene ai loro bisogni e le fa vivere comodamente. Io non le condanno se per uscire dalla miseria, che è tanto dura e insopportabile, si sono appigliate a questo partito, che certi bacchettoni chiamano vergognoso. La vergogna sarebbe di avere molti amanti, ma quando si tratta di uno solo, si può accettare il suo amore e i suoi beneficj senza scrupolo. E perchè tu medesima non potresti fare altrettanto? Se tu vuoi ascoltarlo, io conosco un galantuomo che ti ama, e che volentieri ti si farebbe amico, pagando largamente la tua compiacenza. Di più si prenderebbero tutte le misure necessarie perchè nessuno sapesse mai il secreto della vostra relazione.—Così parlava Tribolo a Cecilia ogni volta che poteva averla a quattr'occhi; ma la fanciulla, turbata e scandalizzata, gl'imponeva silenzio, protestando che non voleva saperne di tali proposizioni, e che si sarebbe seco lui disgustata, quando non tralasciasse quell'argomento. Tribolo conobbe che l'impresa era malagevole, ma non pertanto desistette dalle tentazioni finchè la fanciulla se ne liberò coll'evitare possibilmente il suo incontro. Allora il vecchio malvagio pensò di attaccarla con altre armi, e di vincerla colle minaccie. Ecco perchè offrì ad Antonio il prestito di due talleri, colla quale astuzia si preparava un mezzo di spaventare Cecilia nella sua giovanile semplicità. Una sera che costei era discesa per attingere acqua, la fermò sul pianerottolo, e così le disse:—Giacchè sei ostinata a ricusare la fortuna che ti si offre, non parliamone altro, e seguita pure a vivere nella tua indigenza. Sappi soltanto che quel galantuomo non cessa dalle sue intenzioni di giovarti, ogni qualvolta tu ti disponga ad ascoltare il suo amore. Il tuo rifiuto non lo ha distolto dal pensare a te, e quando tu mutassi consiglio, è sempre pronto a fare il tuo bene. Io non ti dico di più su tale proposito, e tu sei libera della tua volontà. Siccome però in faccia all'amico tu mi fai passare per un uomo da nulla, ed incapace di rendergli un servigio, e siccome il mio amor proprio è molto irritato, così ho deciso di vendicarmi collo spogliarti di ciò che hai di meglio in casa. Io voglio essere pagato dei due talleri che ho imprestati a tuo nonno. Questo malanno accaderà ben tosto, e tu avrai a rimproverarti di non averlo impedito mentre lo potevi, giacchè era mia intenzione di assolvere il debitore, se tu fossi stata docile a quanto ti veniva proposto.

Cecilia se ne andò tutta intimorita per la minaccia di Tribolo, pensando con sorpresa al debito del nonno, che essa ignorava. Tuttavia non disse nulla in casa, perchè delle afflizioni e dei guai ve n'erano abbastanza. Da cinque o sei giorni la mancanza d'ogni cosa necessaria si faceva crudelmente sentire. La madre si era alquanto ristabilita in salute, ma il lavoro le era venuto meno. Antonio, per quanto s'ingegnasse, non riusciva a procurarsi che pochi centesimi, e Cecilia riscuoteva la scarsa mercede del suo lavoro in fine di settimana. Il freddo era rigoroso, e si penuriava di legna, di vestito e di calzatura. Il pane a rigor di termine mancava. Cecilia diventò pensierosa, taciturna, e sbandì affatto il riso dalle labbra. La poveretta paventava di vedersi da un momento all'altro sequestrata, per ordine di Tribolo, la poca roba buona che ancora rimaneva in casa. Essa pensava che avrebbe potuto allontanare quella nuova sventura, e rimediare in parte alle altre che travagliavano la sua misera famiglia. Quantunque abborrisse da questa idea vergognosa, pure doveva ascoltarla suo malgrado, perchè le assediava la mente in casa, lungo la strada e durante il lavoro.

Una sera, verso la fine di gennajo, la fanciulla, tremante dal freddo e colla fame in corpo, veniva dalle sue occupazioni ed entrava nella sua squallida camera, sperando di scaldarsi un poco e di sedere alla povera cena consueta. Non vi era nè fuoco nè cibo di sorta. I due fanciulli non erano andati quel giorno alla scuola infantile per la molta neve caduta e per le loro scarpe estremamente sdruscite. Laonde avevano perduta la solita minestra dello stabilimento, e piangevano di fame. La madre, che pativa per sè medesima e per essi, procurava di consolarli, dicendo loro che la provvidenza non avrebbe tardato a venire. La provvidenza era il nonno Antonio, che fino dal mattino lavorava a sgombrare le strade della neve per guadagnarsi una lira dal Municipio. Cecilia stette seduta alquanto in un angolo, col cuore angosciato e col capo nascosto in grembo. Quivi si levò improvvisamente, e disparve della camera. Quando rientrò, dopo cinque minuti, parve lieta ed espansiva, fece coraggio alla madre, baciò i fratellini, e disse che il domani le cose sarebbero andate meglio. Questo buon umore non durò che pochi istanti per dar luogo al più tristo abbattimento. La fanciulla impallidì, ricadde nel silenzio e, grado grado, passò dai sospiri al pianto. La madre, stupefatta ed inquieta di tale contegno, si fece ad interrogarla ora con dolce ed ora con severa insistenza, e venne a sapere la verità. Cecilia, nella sua disperazione, era corsa da Tribolo per dirgli che il giorno vegnente si sarebbe venduta all'uomo che la chiedeva. Qui ebbe luogo tra la madre e la figlia una scena delle più commoventi. Nè l'una nè l'altra non avevano più fame nè freddo, ma strettamente abbracciate piangevano quelle lacrime sante che il pentimento di un obbrobrioso consiglio, l'idea della virtù in pericolo, e l'orrore di una colpa non ancora consumata fanno versare alle anime buone. La madre sentiva di non aver mai tanto amato la sua figlia come in quel momento solenne che la teneva ancor pura fra le braccia, e salva della caduta. La figlia sentiva più vivo l'affetto verso la madre, perchè le aveva aperto gli occhi e compatita del suo traviamento. Non vi era bisogno di rimproveri, giacchè la fanciulla col rossore del viso, col tremito della persona e colla voce spezzata dai singulti, manifestava abbastanza il suo pentimento, e faceva credere che anche di proprio impulso avrebbe rigettata quel reo partito preso in un istante di disperazione. Intanto comparve Antonio mezzo intirizzito, ma tuttavia sorridente e contento di poter deporre sulla tavola due grossi pani di mistura, alquanti pomi di terra cotti, tre once di zucchero ed altrettante di formaggio. La carta che involgeva lo zucchero non aveva nulla da invidiare per grossezza e grandezza a quella che involgeva il formaggio. Sì l'una che l'altra dovevano pesare un quarto della merce contenuta. I signori pizzicagnoli e droghieri non si fanno scrupolo di vendere così la carta dieci volte più del suo valore, e di affibbiarne la maggior parte ai poveretti che sogliono comperare i generi al minuto.—Ecco qua, disse il buon vecchio mostrando la provvigione, ecco qua la spesa fatta col guadagno delle mie braccia, che hanno ammucchiato non poca neve. Domani e l'altro vi sarà lo stesso impiego, giacchè non cessa di fioccare allegramente. Ogni giorno di lavoro una svanzica, e per bacco non c'è male, quantunque si abbiano le mani ed i piedi gelati durante dieci ore. Animo dunque, prepariamo la cena. Tu, figlia mia, ti farai un po' di caffè e latte per riscaldarti lo stomaco, e noi, che siamo sani mangieremo pane, formaggio e pomi di terra. Un tantino di caffè ed un bicchiere di latte ci debbono essere ancora, e queste sono tre once di zucchero greggio, colla solita carta turchina, che, in fede mia, potrebbe contenerne il doppio. Suvvia, diamo mano alla faccenda … ma voi non avete acceso il fuoco, mi pare. Sebbene io sia mezzo orbo, dovrei pure veder luccicare qualche cosa là verso il focolajo. Sì, sì, oscurità perfetta, da quella parte, nulla che somigli ad una bragia. Ma voi non dite una parola? Oimè! vi asciugate gli occhi? In nome del cielo, perchè piangete quando io venga a casa coll'occorrente per la cena? Che cosa vi è accaduto? Parlate.—.Antonio si lasciò andare sopra ima sedia, e stette ad ascoltare l'accaduto.

—Gesummaria! esclamò egli dopo udita la rivelazione, alzandosi tutto sconvolto ed agitato. La mia Cecilia ha potuto inclinare l'orecchio alla voce della seduzione, e consentire di perdere la sua innocenza! Non era il vizio, è vero, che ti persuadeva al passo disperato, ma il dolore delle tue e nostre sofferenze. Nondimeno era egualmente una tentazione del demonio, e la tua caduta non avrebbe avuto giustificazione alcuna presso la gente dabbene, perchè si deve piuttosto morire che diventare colpevoli ed infami. Come avresti tu potuta godere un bene procurato col traffico della tua virtù? Con qual animo avresti offerto a tua madre, ai tuoi fratelli, a tuo nonno un sussidio procacciato con tal mezzo obbrobrioso? Ah! sia lodato Iddio che ti abbiamo salvata dal precipizio. Mai più, Cecilia, mai più una simile tentazione. Sfidiamo la miseria, sopportiamo le privazioni, ma restiamo innocenti e senza rimorsi di coscienza. Finalmente nessuno muore di fame, e la Provvidenza arriva per tutti, un po' tardi qualche volta, ma sempre in tempo di consolarci. Ah! dunque il signor Tribolo colla sua cera onesta e colle sue belle parole è un pessimo uomo, che voleva fare la tua rovina. Sì, io debbo confessare che ho tolto in prestito da lui due talleri, e che ho detto la bugia di averli guadagnati al lotto. Ma egli mi ha quasi costretto a riceverli, ed ora capisco il motivo delle sue istanze. Egli però si è ingannato ne' suoi artificj, ed io pagherò il mio debito un poco alla volta, come siamo convenuti. Non parliamo più di questo brutto affare, che mi ha messo lo spavento addosso. Cari fanciulli, lasciate stare i cartocci, e aspettate un poco…. Suvvia, se avete fame, vostra madre vi darà subito un pezzo di pane ed un pomo di terra per ciascheduno. Figlia mia, contenta questi piccini, che io accenderò il fuoco…. Ah, diamine, non abbiamo legna. Niente paura. Questo coperchio di un vecchio coffano, che non serve a nulla, io lo riduco in liste e scheggie che arderanno come torcie di resina. Qua il pestalardo, che servirà di scure. Una, due, tre, quattro…. per bacco, si fende giù dritto e facilmente come il sambuco. Si può ben dire che è stagionato questo combustibile. Ecco supplito per adesso…. domani poi avremo della vera legna, se mi riesce Un certo progetto di guadagno…. È un progetto bizzarro, ma ho speranza che riuscirà. Ora non vi dico altro…. Qua i zolfanelli e una manata di paglia. Bisogna convenire che io sono un uomo industrioso, perchè trovo rimedio a tutto. Ah, che fiamma superba! ditemi bravo, chè lo merito davvero. Figlia mia, vieni colle tue creature a godere questo bel fuoco, e poi mangiate tutti in santa pace. Io vado a tentare il mio progetto, e voi non siate inquieti sulla mia assenza d'un pajo d'ore, o poco più.