Antonio si era diretto verso il centro della città, tormentato fieramente nell'anima e nel corpo. Dopo aver lavorato tutto il giorno in mezzo alla neve, camminava la notte sopra un suolo sdrucciolevole, coi piedi gonfi dal freddo e dalla stanchezza, portando un peso sulle spalle, e sbocconcellando per tutto ristoro un pezzo di pane nero ed asciutto. Il suo stato morale era ben più doloroso ancora. Sebbene facesse pompa di buon umore e di coraggio in famiglia, aveva dentro di sè la tristezza e l'affanno, che non sempre riusciva a padroneggiare quando era solo. L'agguato teso a Cecilia, e l'idea che potesse rinnovarsi il pericolo corso, e trovarla più debole e disposta a soccombere, mettevano il colmo alle sue afflizioni e davano dei fieri crolli alla sua paziente e rassegnata natura.—Io sono indurato ai patimenti della miseria, pensava egli tentennando sotto il carico dello strumento, ma tutti gli eccessi finiscono collo stancare. Che abbiamo noi fatto al cielo per meritarci questa vita così dura e travagliosa? Che abbiamo non fatto agli uomini, perchè debbano insidiarci il solo bene posseduto, la virtù della nostra Cecilia, dell'angelo della nostra casa? La povera creatura si è ravveduta in tempo, ma chi mi assicura che una volta o l'altra non venga meno a' suoi buoni sentimenti, e alla confidenza che ho posta in sua madre? La miseria è consigliera di triste cose, e ci vorrebbe un santo per resistere sempre ai suoi suggerimenti. Ahimè; se avessi un giorno a veder piangere la mia Cecilia di un tardo ed inutile pentimento! Peggio ancora se la vedessi lieta e sfrontata nella colpa, compiacersi del guadagno che ne avrebbe ricavato. No, no, mio Dio, allontanate da me e da mia figlia questo flagello, che ci farebbe morire di crepacuore e di disperazione. Voi mi esaudirete, mio Dio, in riguardo dei tanti altri mali che sopportiamo da sì lungo tempo. Una voce secreta mi conforta a credere che la nostra Cecilia si conserverà buona e degna di noi. Ah ah, il signor Tribolo stava gozzovigliando forse coll'uomo che gli aveva ordinato una sì bella impresa. Egli voleva darmi da bere, e poi mettermi nel piattello la sua offerta abbondante. Grazie dell'una e dell'altra cosa. Se io fossi stato giovane, gli avrei pestato ben bene quella sua faccia da impostore. Quanto ai due talleri, mi dia tempo un mese, e li radunerò quand'anche dovessi limosinarli quattrino a quattrino stando sulla porta di una chiesa. Solo che non si attenti mai più di fare simili uffici presso Cecilia, altrimenti le forze mi basteranno ancora per dargli un ricordo di santa ragione. Chi avrebbe mai creduto che colui fosse capace di un tiro così birbo e maledetto? Fidatevi di certi uomini dalla fisonomia ridente e dai discorsi edificanti. Sono lupi vestiti da agnelli, come diceva un predicatore. Ma io era in buona fede, e credeva che le sue cortesie fossero un effetto della sua umanità e della compassione che io gli destava. Quale inganno! Però io sono stato un balordo, bisogna confessarlo. Un uomo accorto avrebbe sospettato che gatta ci covasse sotto quelle amichevoli gentilezze. Che merito aveva io dinanzi a lui perchè mi facesse sedere al suo fuoco, mi regalasse di liquori, e mi offrisse danaro in prestito? Ora l'enigma è spiegato. Il traditore mi carezzava onde farsi strada presso Cecilia. Quando si è amico del nonno, avrà pensato, si ha un titolo per legare conoscenza colla nipote. Io scommetto che a guardarlo bene in volto si deve scoprire qualche segno disgustoso sotto quella maschera di uomo simpatico. È impossibile che chi trama di cotali birbanterie non mostri alcun indizio visibile della bruttezza del suo animo. E poi questo suo nome di Tribolo, suona piuttosto male e mi pare che non si debba trovare nel calendario. Quanto a quell'altro signore, sarà un poco di buono ed un indegno non meno di lui, se voleva disonorare una povera fanciulla. Avrei piacere che l'individuo seduto con Tribolo all'osteria fosse stato appunto quel tale. Per bacco, la mia condotta deve aver messo loro una pulce nell'orecchio. Da bravi, state là intanto a lambiccarvi il cervello per indovinare la cosa. Domani poi capirete tutto chiaramente.

Antonio si fermò dinanzi ad un modesto caffè nella contrada del Broletto, vi fece udire due suonate, e poscia entrò a fare la questua. Bisogna che io noti che il pover uomo suonava assai male, ad onta della sua presunzione e dei suggerimenti datigli dal proprietario dello strumento. Fosse il braccio intirizzito dal freddo, o partecipe dell'interna convulsione, il fatto sta che il manubrio andava celere e lento tutt'insieme, e produceva una tiritera di suoni affatto incomposti. E così era accaduto in tutti i luoghi dove aveva fino allora fatto posta. Nessuno però badava a quell'inconveniente, e chi era ben disposto gli dava tant'e tanto il suo obolo. Anzi vi furono alcuni che glielo diedero appunto per aver badato a quell'inconveniente; senza di che non si sarebbero incomodati. Costoro nel metter mano alla borsa dissero ciascuno alla sua volta: Pigliate, ma col patto di non suonare più oltre. Gente burlona, o dotata di un'estrema irritabilità musico-nervosa. Antonio aveva già radunato circa sedici soldi, e si prometteva di aumentare ben bene la somma allorquando suonerebbe dinanzi ai caffè sontuosi e popolati di signori. Egli arriva ad uno di questi, ma lo passa via perchè sente che non ardirebbe di entrare in una magnifica sala ornata di specchi, di dipinti e di dorature, e rischiarata splendidamente dal gas. La stessa soggezione lo prende dinanzi al secondo ed al terzo caffè, dove pensa che tremerebbe soltanto nello spingere le imposte, per paura di rompere i grandi cristalli che vi stanno incastrati.—Eh, perbacco, se io seguito così perderò le migliori occasioni di far danaro, disse tra sè in un momento di coraggiosa risoluzione. Cacciamo via la timidità, e facciamo come gli altri suonatori, che penetrano da per tutto senza tanti riguardi. Io guarderò bene dove metto i piedi e le mani, e spero che non mi accaderanno disgrazie. Finalmente queste superbe botteghe sono luoghi pubblici, e qualunque persona, anche mal in arnese, che abbia cinque soldi da spendere, può entrarvi a dare degli ordini, può sedere a suo agio sopra i morbidi cuscini, e stare a compiacersi in mezzo a tanto lusso. Ecco appunto che io mi avvicino ad un caffè dei più sfarzosi della città. È dunque deciso che io non passerò oltre senza aver dato prove là entro della mia intrepidezza.—Antonio pose lo strumento sul cavalletto, vi applicò il manubrio, e suonò una polka guastando il tempo come al solito. Anzi questa volta fece peggio che mai, perchè alle altre cagioni di tremito si aggiungeva l'idea di dover comparire in quella ricca sala, di cui guardava intanto lo splendore attraverso i vetri. I suoi proponimenti di voler essere intrepido andarono dunque in fumo, come era da aspettarsi, giacchè non si può comandare alle impressioni dei sensi nè alle commozioni dell'animo. Per altro si può sfidarle e voler agire sotto il loro impero, ciò che appunto fece Antonio. Battuti più volte i piedi per terra e scossa dai panni la neve, egli entrò nel caffè colle timide cautele e cogl'impacci dei profani che entrano per la prima volta in una reggia. Una trentina di avventori sedevano in crocchi separati intorno ai tavolini, sorseggiando bevande più o meno squisite, e tenendo discorsi più o meno insipidi. Alcuni leggevano i giornali politici, e pensavano che Sebastopoli è un osso duro da rodere. Altri leggevano i giornali letterarii, e pensavano che non vi è più letteratura sopportabile nel giornalismo. Un giovane ed elegante signore sedeva isolato in un angolo, fumava un sigaro, e pensava ad altra cosa. I conoscenti e gli amici non lo accostavano, perchè il suo saluto breve e fuggitivo significava chiaramente: Lasciatemi tranquillo in questo momento. Chi è sopraggiunto da una sventura o da una prosperità sente il bisogno di star solo coll'affanno o colla gioia che lo possiede, almeno nei primi istanti del sinistro o del fausto avvenimento. Non era la sventura che avesse visitato quel giovane, e fattolo bramoso di starsene in disparte muto e raccolto in sè medesimo. Infatti non aveva alcun segno di mestizia in volto, anzi la sua fronte era lieta, i suoi occhi brillavano di serenità, e le sue labbra si componevano ad un sorriso di compiacenza. Il molle abbandono della persona, la gamba che teneva sovrapposta e dondolante sull'altra, la giocosa maniera con cui mandava in aria i buffi di fumo, tutto insomma diceva che gli passavano per la mente immagini rallegranti, e che assaporava il diletto della propria felicità. Sì, egli era compiutamente felice, e considerava quel giorno come il più bello della sua vita. Quel giorno aveva acquistato la certezza di essere riamato dalla donna del suo cuore, e le prove avute erano le più infallibili e le più soddisfacenti. Non vi cada in animo che avesse ottenuto i favori lungamente sollecitati di qualche fanciulla o vedova restia, o che fosse riuscito a burlarsi di qualche marito creduto generalmente invulnerabile. No, egli non si dilettava di amori colpevoli e di tresche vergognose. La sua fiamma era pura come la vergine che gliel'aveva inspirata, e santi erano i suoi voti. Questo giovane signore è nel novero dei pochi distinti per coltura d'ingegno, per altezza di sentimenti, e per nobili qualità di cuore. Egli si toglie dalla pluralità di coloro pei quali le ricchezze sono stimolo all'ozio, alla dissipazione, alla burbanza, e alla nullità della vita. Non è già che abbia rinunciato ai piaceri della sua età, nè ai gusti nè alle abitudini proprie dei signori. Egli segue le mode, guida cavalli sul corso, frequenta i teatri ed i convegni del bel mondo, ma di questa occupazioni non fu l'unico e serio affare della sua esistenza. La maggior parte del tempo lo impiega nello studio delle arti geniali, della letteratura e d'ogni nobile disciplina. La sua conversazione non può essere più sensata, più amabile e più spiritosa. Nessuno poi lo supera in bontà d'animo, in affabilità e cortesia di maniere. Insomma io ve lo do per un modello di perfetto gentiluomo. Antonio gli si fece peritoso dinanzi, e gli sporge il piattello, come aveva fatto verso gli altri signori che erano nel caffè. Il giovane lo guardò attentamente, e rimase colpito dal suo povero arnese, dalla sua timida esitanza, e dall'espressione di dolore che gli stava in volto.

—Voi mi sembrate un suonatore novizio, gli disse il giovane con un fare confidente e con un tuono di voce che mette i piccoli a loro agio e li anima alle risposte. Io non vi ho mai veduto entrare in questo caffè.

—Signore, rispose Antonio commosso dalla degnazione e dalla benignità di quella domanda, io suono per la prima volta, e forse per l'ultima in vita mia. Lo strumento mi fu prestato da chi per ora non può adoperarlo, ed io cerco questa sera di farne mio profitto nelle dure angustie in cui mi trovo colla mia famiglia.

—Voi avete una famiglia che patisce e che spera nel prodotto della vostra musica?

—È una sorpresa che io preparo a' miei poveri tribolati. Essi non sanno che al presente io giro per la città, onde radunare un po' di danaro a loro sollievo.

—Quanto avete raccolto finora?

—Più di venti soldi, e non ho per anco finito. Tra il guadagno del suonare e quello dell'accumular neve, posso dire d'aver fatto oggi una buona giornata.

—Voi avete anche lavorato a nettar le strade, voi così vecchio e mal fermo sulle gambe! Ditemi, la vostra famiglia è numerosa?

—Io ho una figlia vedova e madre di tre creature, una delle quali, ragazza di sedici anni, ci fu insidiata e andò a pericolo di perdere la sua virtù. E stato un avvenimento per cui ho l'animo ancora tutto sconvolto.