— Io vi amo ardentemente, replicò il capitano, e vi supplico di ascoltarmi.
— No, cessate!
— Una volta il mio amore poteva essere biasimevole, ma ora non è più tale. Voi siete vedova, ed io vi offro la mia mano di sposo.
— La vostra mano di sposo! disse la signora Elisa con un accento esprimente il ribrezzo, l’indegnazione e la vergogna ad un tempo. Voi non comprendete la santità della sventura, nè i riguardi alla medesima dovuti. Andate, vi ripeto, la vostra presenza mi è insopportabile.
— No, Bresciana rigida e superba quanto bella, disse il capitano elevando la voce e gestendo col frustino, io non andrò senza che mi abbiate ascoltato. Perchè abborrirmi così? Sono io deforme? Non possiedo ricchezze? Non vanto buoni natali?
— Immensa è la distanza che passa fra me, donna bresciana, e voi, capitano austriaco. Abbastanza mi avete insultata. Partite!
— L’odio politico e l’antipatia di nazione lasciateli andare, e avvezzatevi alla nostra fratellanza. Volete o non volete, noi saremo sempre i padroni d’Italia. Gli ultimi avvenimenti vi hanno raffermato vie meglio il nostro dominio.
Nell’animo della signora Elisa i sentimenti già manifestati toccarono l’estremo della loro forza, e questa volta apparvero sul di lei volto espressi colla terribile maestà di una regina che fulmina un cortigiano, il quale abbia tentato di oltraggiarla.
— I soldati e gli ufficiali dell’Austria, disse, sono una masnada di sicari, di barbari e di brutali. Essi ignorano perfino i principii dell’onor militare che comanda il rispetto alla donna. Uscite! aggiunse coll’indice teso verso la porta.
— Vi ubbidisco, signora, terminò il capitano con un sogghigno del più infausto presagio, e partì.